Articoli, sentenze di diritto civile, penale ed amministrativo in primo piano.
Estratto della sentenza:
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                  
                       SEZIONE SECONDA CIVILE                        
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: (OMISSIS)                          
ha pronunciato la seguente:                                          
                     sentenza                                        
sul ricorso proposto da: 
           M.S.,  rappresentato e  difeso,  in  virtù  di  procura 
speciale  a  margine  del ricorso, dagli Avv.  Sicchiero  Gianluca  e 
Aurelio   Gentili,   elettivamente  domiciliato   nello   studio   di 
quest'ultimo in Roma, via Po, n. 24; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
                B.G., rappresentato e difeso, in forza  di  procura 
in  calce  al  controricorso, dagli Avv. Comito Pietro  e  Nicola  Di 
Pierro, elettivamente domiciliato presso lo studio di quest'ultimo in 
Roma, via Tagliamento, n. 55; 
                                                 - controricorrente - 
avverso  la sentenza del Tribunale di Venezia, sezione distaccata  di 
Portogruaro, n. 99 del 22 maggio 2006; 
Udita  la relazione della causa svolta nell'udienza pubblica  del  13 
marzo 2012 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti; 
udito l'Avv. Nicola Di Pierro; 
udito  il  Pubblico  Ministero, in persona del Sostituto  Procuratore 
Generale  Dott.  VELARDI Maurizio, che ha concluso per l'accoglimento 
del ricorso.                 

RITENUTO IN FATTO

1. - Con ricorso in data 9 novembre 2001 al Giudice di pace di Portogruaro, B.G., proprietario di due unità immobiliari facenti parte del Condominio (OMISSIS) posto in (OMISSIS) ed ubicate al piano terra, l'una adibita allo svolgimento dell'attività di autoscuola e ad agenzia di pratiche automobilistiche e l'altra all'esercizio di attività commerciale, ha impugnato, perchè adottata in assenza del prescritto quorum e perchè contrastante con la legge, la deliberazione presa dall'assemblea condominiale in data 12 ottobre 2001 che aveva negato l'autorizzazione all'installazione di insegne pubblicitarie sulle architravi perimetrali dell'edificio soprastanti le citate unità.

Si è costituito il Condominio, eccependo l'incompetenza per materia del giudice adito e contestando nel merito la fondatezza delle pretese avversarie.

Il Giudice di pace, dopo avere dichiarato con sentenza non definitiva la propria competenza per materia a decidere la causa, con sentenza in data 7 giugno 2003 ha accolto la domanda attorea e, per l'effetto, ha annullato in parte qua la delibera impugnata ed il rifiuto dell'amministratore ad autorizzare l'installazione delle insegne, abilitando il B. ad effettuare tale installazione.

2. - Questa sentenza è stata appellata dal condomino M. S..

Il Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Portogruaro, con sentenza in data 22 maggio 2006 ha dichiarato inammissibile l'appello per carenza di legittimazione ad impugnare in capo al singolo condomino, che non è stato parte del giudizio di primo grado.

Secondo il Tribunale, nella specie non è in discussione l'esistenza del diritto dei condomini all'uso del bene comune, ma solo le modalità e facoltà di utilizzo dello stesso: venendo dunque in rilievo la gestione del servizio comune, la legittimazione ad agire, e quindi ad impugnare, spetta soltanto all'amministratore.

3. - Per la cassazione della sentenza del Tribunale il M. ha proposto ricorso, con atto notificato il 19 luglio 2006, sulla base di due motivi.

L'intimato ha resistito con controricorso, illustrato con memoria.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. - Con il primo motivo (violazione dell'art. 339 cod. proc. civ. e dell'art. 2909 cod. civ., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5) si censura che il Tribunale abbia dichiarato inammissibile l'appello sul rilievo che il giudicato formatosi sulla sentenza parziale del Giudice di pace avrebbe dimostrato che la lite riguardava un servizio condominiale. Il Tribunale non avrebbe tenuto conto che la sentenza parziale ha espressamente affermato che la competenza del giudice di pace riguardava anche i beni ed i diritti, il criterio per individuare il giudice competente essendo il valore, desumibile dalla delibera impugnata. In altri termini, il Giudice di pace si sarebbe detto competente in base al valore della delibera, tralasciando del tutto il tipo di controversia. Anche la sentenza definitiva del primo giudice aveva escluso che si vertesse in tema di servizi condominiali, trattandosi di diritti soggettivi perfetti del condomino in contrasto con quelli degli altri condomini.

Con il secondo mezzo (violazione dell'art. 339 codd. proc. civ., e degli artt. 1102, 1117, 1118 e 2909 cod. civ., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5) si sostiene che la lite relativa all'uso della cosa comune, quando ha ad oggetto l'utilizzo di un muro comune dell'immobile condominiale per affiggervi targhe o insegne, riguarda diritti soggettivi, con la conseguenza che la sentenza che la definisce può essere appellata dal condomino rimasto estraneo al giudizio di primo grado in cui è stata resa.

2. - I due motivi - i quali, stante la loro connessione, possono essere esaminati congiuntamente - sono fondati...

                    LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                   
                           SEZIONE LAVORO                            
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:  (omississ)                          
ha pronunciato la seguente:                                          
                     sentenza                                        
sul ricorso 17305/2008 proposto da: 
UNICREDIT  BANCA  S.P.A.,  in persona del legale  rappresentante  pro 
tempore,  elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25-B,  presso  lo 
studio  degli avvocati PESSI ROBERTO, GENTILE GIOVANNI GIUSEPPE,  che 
la rappresentano e difendono giusta delega in atti; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
        C.M.,  elettivamente domiciliato in ROMA, VIA  DEI  GRACCHI 
123, presso lo studio dell'avvocato DETTORI RAIMONDO, rappresentato e 
difeso dall'avvocato ANGIONI ANGELO, giusta delega in atti; 
                                                 - controricorrente - 
avverso la sentenza n. 3 32/2007 della CORTE D'APPELLO SEZ. DIST.  DI 
SASSARI, depositata il 28/06/2007, r.g.n. 80/07; 
udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 
17/01/2012 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI; 
udito l'Avvocato GIOVANNI GENTILE; 
udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. 
FRESA Mario, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso. 
                 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte d'Appello di Cagliari, con la sentenza n. 332 del 28 giugno del 2007, pronunciando sull'impugnazione proposta da C. M. nei confronti della società Unicredit Banca spa, avverso la sentenza n. 277 del 2005 del Tribunale di Nuoro, la accoglieva. Pertanto, in riforma della suddetta pronuncia: dichiarava illegittimo il licenziamento intimato al C. il 19 marzo 1998 e lo annullava, ordinando la reintegrazione nel posto di lavoro; condannava la Unicredit Banca spa al risarcimento del danno nei confronti di C.M., che liquidava in misura corrispondente alla retribuzione globale di fatto, dal 19 marzo 1998 all'effettiva reintegra, detratto l'aliunde perceptum come risultante dagli atti di causa al fascicolo di ufficio del Tribunale di Nuoro, da maggiorare di interessi e rivalutazione ai sensi dell'art. 429 c.p.c.; condannava la Unicredit alla regolarizzazione della posizione contributiva ed assistenziale per le medesime date su indicate;

condannava la Unicredit al pagamento delle spese di entrambi i gradi di giudizio come liquidate.

2. Il Tribunale aveva respinto la domanda del lavoratore ritenendo legittimo il licenziamento dello stesso.

3. Ricorre per la cassazione della suddetta sentenza resa in grado di appello la società Unicredit Banca spa, formulando otto motivi di ricorso, alcuni dei quali articolati in più profili.

4. Resiste con controricorso il C..

5. Entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell'art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE…

 1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL per il personale delle aree professionali dipendente dalle Banche del 19 dicembre 1994, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; contraddittoria ed illogica motivazione della sentenza, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito alla valutazione della lesione del vincolo fiduciario dovuta alla detenzione di sostanze stupefacenti da parte di un impiegato di un Istituto di credito.

Il giudice di secondo grado, del tutto illegittimamente, avrebbe trasferito nell'ambito giusvaloristico la valutazione della "maggiore gravità" della condotta di spaccio rispetto a quella di mera detenzione di sostanze stupefacenti, ritenendo, di fatto, che l'uso di sostanze stupefacenti non possa in alcun modo rilevare ai fini della valutazione della lesione del vincolo fiduciario intercorrente tra una Banca ed un suo dipendente.

Nella valutazione della lesione del vincolo fiduciario che deve intercorrere tra una banca ed un suo impiegato di alto livello, il giudice dell'appello avrebbe violato o falsamente applicato l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 196, n. 604, art. 1, che ne fa richiamo, nonchè gli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994, dal momento che anche i fatti extralavorativi possono incidere sulla irrimediabile lesione del vincolo fiduciario, in particolare qualora si tratti di dipendenti di Istituti di credito.

Non si comprende, ad avviso della ricorrente, come il giudice dell'appello possa non avere ritenuto irrimediabilmente leso il vincolo fiduciario nei confronti di un dipendente di Banca, che, in una complessa operazione delle forze dell'ordine, è stato trovato in possesso di rilevanti quantità di diverse droghe.

Appare, poi, incongruo il "distinguo" tra il detentorc e lo spacciatore, atteso che tale distinzione è differenze sul piano penale, rispetto a quello giuslavoristico.

Il quesito di diritto è stato formulato come segue: se violi l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè gli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 19 dicembre 1994, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come fatto non costituente giusta causa di licenziamento la condotta di un dipendente di un Istituto di credito, inquadrato nella 3A area professionale, che sia stato trovato, da parte delle forze dell'ordine, in possesso di ingenti quantitativi di droga a prescindere dalla rilevanza penale dei fatti.

La motivazione dei Giudici di merito sarebbe affetta anche da vizio di illogicità e contraddittorietà.

Ai fini della valutazione della condotta del lavoratore il giudice di secondo grado ha individuato il maggiore disvalore giuridico e sociale di una condotta di spaccio rispetto a quella di mera detenzione sull'assunto in base al quale solo lo spacciatore frequenterebbe "gente diversa" e sarebbe inserito "in un ambiente ben più pericoloso" che, di certo, "può costituire una giusta causa del venir meno del rapporto fiduciario, anche tenuto conto della qualità di istituto di credito del datore di lavoro".

La motivazione della sentenza d'appello è viziata e risulta palesemente illogica e contraddittoria nella parte in cui esclude che anche il detentore di sostanze stupefacenti frequenti ambienti "pericolosi" o "gente" poco raccomandabile, proprio perchè è il detentore, appunto, che si deve -necessariamente - rivolgere allo spacciatore per potersi procurare la droga, frequentando, quindi, gli stessi ambienti ed essendo parte del medesimo "gruppo" sociale.

La frequentazione degli stessi ambienti sociale e della stessa "gente" determina necessariamente una lesione del vincolo fiduciario intercorrente tra il datore di lavoro e il prestatore soprattutto nell'ipotesi, come quella del caso di specie, in cui il lavoratore è dipendente di un Istituto di credito, rapporto di lavoro che necessita l'adozione di condotte assolutamente trasparenti e che è inconciliabile ed incompatibile con i comportamenti posti in essere dal lavoratore.

2. Con il secondo motivo d'impugnazione è prospettata violazione e falsa applicazione di norme di diritto e, in particolare, dell'art. 115 c.p.c., e dell'art. 2697 c.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La Corte d'appello ha fatto ampio ed erroneo riferimento alla figura della nozione dei fatti di comune esperienza.

Il giudice di secondo grado avrebbe, infatti, fondato la propria decisione sulla valutazione (basata su un fatto "notorio") che l'uso di hashish e di marijuana non comporterebbe assuefazione, non determinerebbe la modificazione della personalità e avrebbe un costo modesto. Ciò comporterebbe l'inesistenza di alcun pericolo per l'Istituto di credito, anche dal punto di vista della salvaguardia della immagine.

Il quesito di diritto ha il seguente tenore: se violi l'art. 115 c.p.c., comma 2, e l'art. 2697 c.c., la sentenza impugnata nella parte in cui qualifichi come fatto notorio: l'insussistenza di alcuna dipendenza derivante dall'uso di sostanze stupefacenti quali l'hashish e la marijuana;

che l'utilizzo di sostanze stupefacenti (hashish e marijuana) non modifichi la personalità dell'individuo;

che l'hashish e la marijuana hanno un costo di molto inferiore a quello di altre droghe;

che l'uso di hashish e di marijuana determinerebbe un disvalore sociale minore rispetto all'uso di altre droghe, anche con riferimento al danno all'immagine per la Banca.

3. Con il terzo motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 19 dicembre 1994, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; omessa, insufficiente e/o contraddittoria ed illogica motivazione della sentenza, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito alla valutazione della Corte d'Appello relativa alla mancata modificazione della personalità dell'individuo in caso di utilizzo di sostanze stupefacenti quali l'hashish e la marijuana e sul mancato danno all'immagine in capo alla Banca in caso di utilizzo da parte di un suo dipendente di droghe c.d. leggere.

Il quesito di diritto ha il seguente contenuto: se violi l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 196, n. 604, art. 1, nonchè gli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come fatto non costituente la giusta causa di licenziamento la condotta di un dipendente di un Istituto di credito che utilizzi sostanze stupefanti "leggere", specie allorchè di tale uso venga data pubblicità attraverso gli organi di stampa, determinando un grave danno, quantomeno d'immagine, per la Banca.

Tale punto della sentenza sarebbe, altresì, affetto da vizio di omessa, insufficiente e/o contraddittoria oltre che illogica motivazione, con riferimento all'affermazione secondo cui l'uso di droghe c.d. leggere non determinerebbe una modificazione dello stato sensoriale dell'individuo, e nella parte in cui rileva che l'utilizzo di tali sostanze stupefacenti non avrebbe provocato alcun danno alla Banca datrice di lavoro.

4. Con la quarta censura è prospettata omessa, illogica e contraddittoria motivazione della sentenza sul punto relativo alla valutazione di abitualità del consumo di droghe e di tossicodipendenza del resistente C., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La motivazione del Giudice d' Appello sarebbe viziata e risulterebbe omissiva, insufficiente e/o contraddittoria ed illogica nella parte in cui afferma che "presuntivamente" il lavoratore non doveva essere ritenuto un abituale consumatore di sostanze stupefacenti leggere e/o pesanti.

5. Con il quinto motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; contraddittoria ed illogica motivazione della sentenza ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito alla comparazione tra il consumo di sostanze stupefacenti e l'uso di alcool.

Il quesito di diritto ha il seguente tenore: se violi l'art. 2119 c.c., la L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, e gli artt. 122 e 124 del richiamato CCNL del 19 dicembre 1994, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come fatto non costituente giusta causa di licenziamento la condotta di un dipendente di un Istituto di credito che sia stato trovato da parte delle forze dell'ordine in possesso di ingenti quantitativi di droga, erroneamente equiparandola, sotto il profilo della gravità, alla condotta del dipendente che abbia acquistato un ingente quantitativo di sostanze alcoliche.

Sul punto, la sentenza d'appello è affetta anche da un ulteriore vizio di contraddittorietà della motivazione.

La motivazione dei Giudici di Appello sarebbe viziata e contraddittoria nella parte in cui parifica la condotta del dipendente di un Istituto di credito che si "ubriachi" a quella di un lavoratore di una banca che faccia uso di sostanze stupefacenti quali hashish e marijuana, ritenendo, di conseguenza, essa condotta insufficiente a rappresentare giusta causa di licenziamento.

6. Con il sesto motivo d'impugnazione è rilevata contraddittorietà e illogicità della motivazione della sentenza sul punto relativo al convincimento giudiziale che la condotta del lavoratore sarebbe stata legittimante il licenziamento solo se lo stesso dipendente avesse svolto attività lavorativa di cassiere o di addetto ai rapporti con la clientela, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

In ogni caso, la motivazione è illogica e contraddittoria in quanto, nell'esprimere tale convincimento, il giudice di secondo grado ha ritenuto che il lavoratore non potesse svolgere le mansioni suddette (rapporti con clienti e/o maneggio denaro) per il livello inquadramentale di appartenenza, mentre, proprio per in ragione di detto livello (3A area professionale, 1 livello), lo stesso aveva (o poteva avere) rapporti con la clientela e gestire direttamente denari.

7. Con il settimo motivo di impugnazione si prospetta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994; nonchè violazione o falsa applicazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7, dell'art. 2103 c.c., degli artt. 110 e 122 del suddetto CCNL, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, contraddittorietà e illogicità della motivazione della sentenza, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito al giudizio di proporzionalità tra condotta e sanzione irrogata, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Il quesito di diritto ha il seguente oggetto: se violi l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè gli artt. 122 e 124 dell'indicato CCNL, e ancora se violi la L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7, l'art. 2103 c.c., gli artt. 110 e 122 del medesimo CCNL, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come non proporzionato il licenziamento irrogato nei confronti di un dipendente di un Istituto di credito che sia stato trovato in possesso di rilevati quantitativi di droghe, ritenendo, fra l'altro, e decisivamente, non realizzatosi un danno all'immagine per la Banca ricorrente, ed affermando che tale danno sarebbe stato comunque ovviabile per mezzo del trasferimento del dipendente.

L'erroneità della valutazione compiuta dalla Corte d'Appello in merito all'assenza di un danno a carico della Banca, per l'asserita mancanza di pubblicità negativa derivante dalla condotta posta in essere dal lavoratore, come l'incongruità e illegittimità della "soluzione" proposta dalla Corte medesima (trasferimento disciplinare), viziano altresì la motivazione della sentenza, che risulta altresì illogica e contraddittoria su un punto decisivo, rappresentato dalla proporzionalità (o meno) del licenziamento.

8. Con l'ultimo motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 1227 c.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Il quesito di diritto è così articolato: se violi l'art. 1227 c.c., la sentenza impugnata nella parte in cui ritiene non rilevante, ai fini della quantificazione del danno conseguente ad un illegittimo licenziamento, il fatto che il dipendente abbia atteso, dalla data del recesso datoriale, un lasso di tempo di circa cinque anni per avviare la tutela giudiziaria.

9. I suddetti motivi di impugnazione devono essere trattati congiuntamente, in quanto gli stessi sono connessi poichè, tutte le pur varie censure, con gli stessi prospettate, vertono sulla motivazione in base alla quale il giudice di appello ha ritenuto il licenziamento intimato illegittimo, per non essere commisurata detta sanzione alla condotta del lavoratore. I motivi di ricorso sono fondati.

Ecco un estratto della sentenza della Corte di cassazione - Sezione lavoro - Sentenza 4 aprile 2012 n. 5371.

                     LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE         

                           SEZIONE LAVORO                            
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:  (omissis)                          
ha pronunciato la seguente:                                          
                     sentenza                                        
sul ricorso 9483/2010 proposto da: 
           P.E.,  elettivamente  domiciliato  in  ROMA,  VIA  LAURA 
MANTEGAZZA   24,  presso  lo  studio  dell'avvocato   MARCO   GARDIN, 
rappresentato  e  difeso dall'avvocato DI MATTIA  GIANFRANCO,  giusta 
delega in atti;                                                        - ricorrente - 
                               contro 
VIS  S.P.A.,  già IVRI S.R.L., in persona del legale  rappresentante 
pro  tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA E.Q.VISCONTI 20, 
presso   lo   studio   dell'avvocato  ANTONINI   DE   ROSA   ALBERTO, 
rappresentata e difesa dall'avvocato VIELI PASQUALE, giusta delega in 
atti;                                                  - controricorrente - 
avverso  la  sentenza  n.  350/2008 della CORTE  D'APPELLO  DI  LECCE 
SEZIONE  DISTACCATA  DI  TARANTO,  depositata  il  25/03/2009  R.G.N. 
379/07; 
udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 14/03/2012 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO; 
udito l'Avvocato DI MATTIA GIANFRANCO; udito l'Avvocato ANTONINI MARIO per delega PASQUALE VIELI; 
udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. SEPE Ennio Attilio, che ha concluso per il rigetto. 
                 SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 25.3.2009, la Corte di Appello di Lecce rigettava l'appello proposto da P.E. avverso la decisione di primo grado che aveva respinto la domanda del predetto, intesa ad ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli dall'istituto di vigilanza IVRI, per carenza della giusta causa e del giustificato motivo in riferimento a condotta consistita nell'avere effettuato, nel corso della sua attività di sorvegliante addetto all'ingresso nell'ospedale ss. (OMISSIS), una telefonata in data 16.12.2001, della complessiva durata di due ore, altre tre in data 23.12.2001, della complessiva durata di oltre un'ora, nonchè ulteriori telefonate oggetto di separata contestazione in data 7 dicembre ed altre undici del 24.12.2001, tutte di svago.

Osservava la Corte territoriale che non era stato violato il divieto di utilizzazione di apparecchiature per il controllo a distanza dei lavoratori di cui all'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, atteso che non vi era stata lesione della dignità e riservatezza del P., in quanto questi svolgeva la propria prestazione lavorativa in postazione chiusa, che in tale postazione si trovava un'utenza telefonica dell'Ospedale, che erano stati acquisiti non dal datore, ma dall'azienda ospedaliera - soggetto estraneo al rapporto di lavoro - i tabulati per l'accertamento di telefonate abusive e che gli ultimi tre numeri delle telefonate ritenute abusive erano stati criptati. L'acquisizione dei tabulati era avvenuta per fornire chiarimenti all'azienda ospedaliera, la quale aveva avuto modo di rilevare il numero eccessivo delle chiamate.

Non poteva dubitarsi, secondo la Corte del merito, della prova dei fatti contestati, essendo le telefonate avvenute in uno spazio temporale in cui il turno di lavoro era quello del P..

Rilevava il disvalore della condotta, lesiva delle esigenze di efficace svolgimento dell'attività di vigilanza in ospedale pubblico ed osservava che, peraltro, neanche poteva trovare accoglimento la censura di tardività della contestazione disciplinare, in quanto effettuata in tempi compatibili con le esigenze di accertamento dei fatti e di lettura dei tabulati acquisiti Conclusivamente, il giudice del gravame evidenziava l'univocità, gravità e concordanza degli indizi di commissione del fatto da parte del P. e l'irrilevanza dell'asserita assenza di danno.

Per la cassazione della decisione ricorre il P., con cinque motivi di impugnazione, illustrati con memoria depositata ai sensi dell'art. 378 c.p.c..

Si costituisce, con controricorso, la società.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Estratto sentenza
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                  
                           SEZIONE LAVORO                            
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati(omissis)                            
ha pronunciato la seguente:                                          
                     sentenza                                        
sul ricorso 1694/2010 proposto da: 
ALMAVIVA  CONTACT  S.P.A.,(quale  incorporante  ATESIA  S.P.A.),   in 
persona   del   legale  rappresentante  pro  tempore,   elettivamente 
domiciliata in ROMA, VIA DELLE TRE MADONNE 8, presso lo studio  degli 
avvocati  MARAZZA  MAURIZIO e MARAZZA MARCO che  la  rappresentano  e 
difendono,giusta delega in atti; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
            B.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA  GERMANICO 
172,  presso  lo  studio  dell'avvocato PANICI  PIER  LUIGI,  che  la 
rappresenta e difende, giusta delega in atti; 
                                                 - controricorrente - 
avverso  la  sentenza  n. 5340/2009 della CORTE  D'APPELLO  di  ROMA, 
depositata il 15/09/2009 r.g.n. 11363/08; 
udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 
02/02/2012 dal Consigliere Dott. VITTORIO NOBILE; 
udito l'Avvocato MARAZZA MARCO; 
udito l'Avvocato PANICI PIER LUIGI; 
udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. 
BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto del ricorso. 
                 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 26-9-2008 il Giudice del lavoro del Tribunale di Roma rigettava la domanda proposta da B.R. nei confronti della Atesia s.p.a., diretta al riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro a tempo indeterminato tra le parti dal 4-6-2001 e della persistenza del rapporto, con condanna della società al pagamento delle retribuzioni sino al 30-5-2007, o in subordine dell'inefficacia della risoluzione del rapporto con ordine di reintegrazione e risarcimento del danno, oltre al versamento dei contributi, nonchè ad ottenere la condanna della società al pagamento della somma di Euro 72.804,98, oltre accessori, a titolo di differenze retributive e indennità varie.

Con ricorso depositato il 18-12-2008 la B. proponeva appello avverso la detta sentenza, chiedendone la riforma con l'accoglimento delle proprie domande.

La Almaviva Contact s.p.a., incorporante la Atesia s.p.a., si costituiva chiedendo il rigetto dell'appello.

La Corte di Appello di Roma, con sentenza depositata il 15-9-2009, dichiarava la natura subordinata del rapporto di lavoro a tempo indeterminato tra le parti dal 4-6-2001 e la prosecuzione giuridica dello stesso "sino ad oggi" e condannava la società a risarcire il danno alla lavoratrice, in misura pari alle retribuzioni dovute dalla messa in mora del 30-5-2007 alla data della sentenza, oltre rivalutazione e interessi.

In sintesi la Corte territoriale accertava che nella fattispecie, nonostante il nomen juris attribuito dalle parti al rapporto (dapprima contratti di collaborazione coordinata e continuativa e poi contratti a progetto, succedutisi senza soluzione di continuità per oltre sei anni), in effetti in base alle risultanze istruttorie sussistevano i requisiti essenziali della subordinazione, con la conseguenza che, essendo comunque nulli i termini apposti ai contratti (perchè privi della indicazione del motivo che giustificasse l'assunzione), doveva ritenersi costituito un unico rapporto a tempo indeterminato sin dall'origine e la società doveva essere condannata a risarcire il danno nella misura pari alle retribuzioni spettanti dalla messa in mora. Nel contempo la Corte di merito dichiarava la nullità della domanda concernente le differenze retributive.

Per la cassazione di tale sentenza la Almaviva Contact ha proposto ricorso con un unico complesso motivo.

La B. ha resistito con controricorso.

La Almaviva Contact s.p.a. ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE....

MASSIMA:

A norma dell’art. 139, c.p.c. non è necessario che la consegna dell’atto sia effettuata a persona convivente. È sufficiente, bensì, la consegna “a persona di famiglia”, presumendosi che la persona di famiglia consegnerà l’atto al destinatario, sul quale grava l’onere di provare il carattere casuale della presenza della persona che ha ricevuto l’atto nella propria abitazione.

 Ecco l'ordinanza: 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE              
                         SEZIONE TRIBUTARIA                          
Composta dai Magistrati:(Omissis)                            
ha pronunciato la seguente:                                          
                     ordinanza                                       
sul ricorso proposto da: 
D.M.L., elett.te dom.to in Roma, alla via T. Lucrezio  Caro 
67,  presso  lo  studio  Schipani rapp.to e  difeso  dall'avv.  RUSSO 
PASQUALE, giusta procura in atti; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
Agenzia  delle  Entrate, in persona del legale rapp.te  pro  tempore, 
domiciliata  in  Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso  l'AVVOCATURA 
GENERALE DELLO STATO che lo rappresenta e difende per legge; 
                                                 - controricorrente - 
per   la  cassazione  della  sentenza  della  Commissione  Tributaria 
Regionale della Campania n. 214/9/2009 depositata il 23/9/2009; 
Udita  la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio  del 
giorno 6/3/2012 dal Dott. Marcello Iacobellis; 
Udite  le  richieste  del P.M., in persona del Sostituto  Procuratore 
Generale, Dott. VELARDI. 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La controversia promossa da D.M.L. contro l'Agenzia delle Entrate è stata definita con la decisione in epigrafe, recante il parziale rigetto dell'appello proposto dal contribuente contro la sentenza della CTP di Salerno n. 477/1/2006 che aveva accolto il ricorso del contribuente avverso le cartelle di pagamento n. (OMISSIS) per iva, irpef e irap relative agli anni 1999- 2002.

Il ricorso proposto si articola in tre motivi. Resiste con controricorso l'Agenzia delle Entrate. Il relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c. Il presidente ha fissato l'udienza del 6/3/2012 per l'adunanza della Corte in Camera di Consiglio. Il P.G. ha concluso aderendo alla relazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con primo motivo (con cui deduce: violazione dell'art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5, nullità della sentenza per assoluta carenza di motivazione) il ricorrente assume la nullità della sentenza che evidenzierebbe una "mera adesione acritica alla tesi prospettata dall'appellante, senza nessuna considerazione dei punti decisivi della controversia prospettati dalla parte appellata".

La censura è inammissibile per difetto di autosufficienza nella parte in cui si lamenta la mancata considerazione dei punti decisivi prospettati da parte appellata stante la mancata trascrizione della comparsa di costituzione; infondata nel resto e la censura essendo possibile dalla lettura della sentenza l'individuazione del thema decidendum e delle ragioni che stanno a fondamento del dispositivo (cfr. Cass. nn. 5951/2003, 13990/2003, 2711/1990, 5101/1999, 3282/1999, 1944/2001).

Con secondo motivo (con cui deduce violazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4) il ricorrente assume la nullità della sentenza in quanto la CTR avrebbe omesso di pronunciarsi in ordine alla eccezione di inammissibilità dell'appello formulata dal contribuente.

A riguardo questa Corte osserva che la CTR, pur dando atto nello "svolgimento del processo" che il D.M. "evidenziava la violazione dell'art. 329 c.p.c., relativamente alla improponibilità dell'appello per aver operato l'Ufficio lo sgravio dell'iscrizione a ruolo", non ha adottato alcuna determinazione a riguardo. Alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo come costituzionalizzato nell'art. 111 Cost., comma 2, nonchè di una lettura costituzionalmente orientata dell'attuale art. 384 c.p.c., si ritiene di poter esaminare la doglianza in quanto la questione di diritto posta con il suddetto motivo è infondata (determinando l'inutilità di un ritorno della causa in fase di merito) (Sez. 2, Sentenza n. 2313 del 01/02/2010). Ed infatti "L'acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell'impugnazione ai sensi dell'art. 329 c.p.c., consiste nell'accettazione della sentenza, ovverosia nella manifestazione da parte del soccombente della volontà di non impugnare, la quale può avvenire sia in forma espressa che tacita: in quest'ultimo caso, l'acquiescenza può ritenersi sussistente soltanto quando l'interessato abbia posto in essere atti da quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia, e cioè gli atti stessi siano assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell'impugnazione. Ne consegue che la spontanea esecuzione della pronunzia di primo grado favorevole al contribuente da parte della P.A., anche quando la riserva d'impugnazione non venga dalla medesima a quest'ultimo resa nota, non comporta acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell'impugnazione ai sensi del combinato disposto di cui all'art. 329 c.p.c., e D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 49, trattandosi di un comportamento che può risultare fondato anche sulla mera volontà di evitare le eventuali ulteriori spese di precetto e dei successivi atti di esecuzione" (Sentenza n. 24547 del 20/11/2009 ;Sez. 5, Sentenza n. 2826 del 07/02/2008).

Con terzo motivo (con cui deduce violazione degli artt. 149 e 160, e del L. n. 890 del 1992, artt. 7 e 8, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè difetto di motivazione) il ricorrente assume che la CTR avrebbe violato tali disposizioni nel ritenere valida la notifica degli avvisi compiuta nei confronti di persona dichiaratasi incaricata.

La censura è infondata. La CTR ha ritenuto rituale la notifica degli atti effettuata "per il tramite della Sig.ra D.M.C. sulla base della sola appartenenza della stessa al gruppo familiare del contribuente, quale requisito sufficiente a renderla idonea al ricevimento degli atti... anche in sede di ritiro delle raccomandate all'Ufficio Postale. Tale pronuncia risulta conforme ai principi affermati da questa Corte (Sez. 6 - L, Ordinanza n. 21362 del 15/10/2010; Sentenza n. 23368 del 30/10/2006) secondo cui In tema di notificazioni, la consegna dell'atto da notificare "a persona di famiglia", secondo il disposto dell'art. 139 c.p.c., non postula necessariamente nè il solo rapporto di parentela - cui è da ritenersi equiparato quello di affinità - nè l'ulteriore requisito della convivenza del familiare con il destinatario dell'atto, non espressamente menzionato dalla norma, risultando, all'uopo, sufficiente l'esistenza di un vincolo di parentela o di affinità che giustifichi la presunzione che la "persona di famiglia" consegnerà l'atto al destinatario stesso; resta, in ogni caso, a carico di colui che assume di non aver ricevuto l'atto l'onere di provare il carattere del tutto occasionale della presenza del consegnatario in casa propria, senza che a tal fine rilevino le sole certificazioni anagrafìche del familiare medesimo.

Consegue da quanto sopra il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente alla rifusione, in favore dell'Amministrazione Finanziaria, delle spese del grado che si liquidano in complessivi Euro 2.500,00, oltre spese prenotate a debito.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione, in favore dell'Amministrazione Finanziaria, delle spese del grado che si liquidano in complessivi Euro 2.500,00,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 6 marzo 2012.

Depositato in Cancelleria il 11 aprile 2012

 

 

A norma dell’art. 139, c.p.c. non è necessario che la consegna dell’atto sia effettuata a persona convivente. È sufficiente, bensì, la consegna “a persona di famiglia”, presumendosi che la persona di famiglia consegnerà l’atto al destinatario, sul quale grava l’onere di provare il carattere casuale della presenza della persona che ha ricevuto l’atto nella propria abitazione.

 Ecco l'ordinanza: 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE              
                         SEZIONE TRIBUTARIA                          
Composta dai Magistrati:(Omissis)                            
ha pronunciato la seguente:                                          
                     ordinanza                                       
sul ricorso proposto da: 
D.M.L., elett.te dom.to in Roma, alla via T. Lucrezio  Caro 
67,  presso  lo  studio  Schipani rapp.to e  difeso  dall'avv.  RUSSO 
PASQUALE, giusta procura in atti; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
Agenzia  delle  Entrate, in persona del legale rapp.te  pro  tempore, 
domiciliata  in  Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso  l'AVVOCATURA 
GENERALE DELLO STATO che lo rappresenta e difende per legge; 
                                                 - controricorrente - 
per   la  cassazione  della  sentenza  della  Commissione  Tributaria 
Regionale della Campania n. 214/9/2009 depositata il 23/9/2009; 
Udita  la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio  del 
giorno 6/3/2012 dal Dott. Marcello Iacobellis; 
Udite  le  richieste  del P.M., in persona del Sostituto  Procuratore 
Generale, Dott. VELARDI. 
                 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La controversia promossa da D.M.L. contro l'Agenzia delle Entrate è stata definita con la decisione in epigrafe, recante il parziale rigetto dell'appello proposto dal contribuente contro la sentenza della CTP di Salerno n. 477/1/2006 che aveva accolto il ricorso del contribuente avverso le cartelle di pagamento n. (OMISSIS) per iva, irpef e irap relative agli anni 1999- 2002.

Il ricorso proposto si articola in tre motivi. Resiste con controricorso l'Agenzia delle Entrate. Il relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c. Il presidente ha fissato l'udienza del 6/3/2012 per l'adunanza della Corte in Camera di Consiglio. Il P.G. ha concluso aderendo alla relazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con primo motivo (con cui deduce: violazione dell'art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5, nullità della sentenza per assoluta carenza di motivazione) il ricorrente assume la nullità della sentenza che evidenzierebbe una "mera adesione acritica alla tesi prospettata dall'appellante, senza nessuna considerazione dei punti decisivi della controversia prospettati dalla parte appellata".

La censura è inammissibile per difetto di autosufficienza nella parte in cui si lamenta la mancata considerazione dei punti decisivi prospettati da parte appellata stante la mancata trascrizione della comparsa di costituzione; infondata nel resto e la censura essendo possibile dalla lettura della sentenza l'individuazione del thema decidendum e delle ragioni che stanno a fondamento del dispositivo (cfr. Cass. nn. 5951/2003, 13990/2003, 2711/1990, 5101/1999, 3282/1999, 1944/2001).

Con secondo motivo (con cui deduce violazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4) il ricorrente assume la nullità della sentenza in quanto la CTR avrebbe omesso di pronunciarsi in ordine alla eccezione di inammissibilità dell'appello formulata dal contribuente.

A riguardo questa Corte osserva che la CTR, pur dando atto nello "svolgimento del processo" che il D.M. "evidenziava la violazione dell'art. 329 c.p.c., relativamente alla improponibilità dell'appello per aver operato l'Ufficio lo sgravio dell'iscrizione a ruolo", non ha adottato alcuna determinazione a riguardo. Alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo come costituzionalizzato nell'art. 111 Cost., comma 2, nonchè di una lettura costituzionalmente orientata dell'attuale art. 384 c.p.c., si ritiene di poter esaminare la doglianza in quanto la questione di diritto posta con il suddetto motivo è infondata (determinando l'inutilità di un ritorno della causa in fase di merito) (Sez. 2, Sentenza n. 2313 del 01/02/2010). Ed infatti "L'acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell'impugnazione ai sensi dell'art. 329 c.p.c., consiste nell'accettazione della sentenza, ovverosia nella manifestazione da parte del soccombente della volontà di non impugnare, la quale può avvenire sia in forma espressa che tacita: in quest'ultimo caso, l'acquiescenza può ritenersi sussistente soltanto quando l'interessato abbia posto in essere atti da quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia, e cioè gli atti stessi siano assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell'impugnazione. Ne consegue che la spontanea esecuzione della pronunzia di primo grado favorevole al contribuente da parte della P.A., anche quando la riserva d'impugnazione non venga dalla medesima a quest'ultimo resa nota, non comporta acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell'impugnazione ai sensi del combinato disposto di cui all'art. 329 c.p.c., e D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 49, trattandosi di un comportamento che può risultare fondato anche sulla mera volontà di evitare le eventuali ulteriori spese di precetto e dei successivi atti di esecuzione" (Sentenza n. 24547 del 20/11/2009 ;Sez. 5, Sentenza n. 2826 del 07/02/2008).

Con terzo motivo (con cui deduce violazione degli artt. 149 e 160, e del L. n. 890 del 1992, artt. 7 e 8, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè difetto di motivazione) il ricorrente assume che la CTR avrebbe violato tali disposizioni nel ritenere valida la notifica degli avvisi compiuta nei confronti di persona dichiaratasi incaricata.

La censura è infondata. La CTR ha ritenuto rituale la notifica degli atti effettuata "per il tramite della Sig.ra D.M.C. sulla base della sola appartenenza della stessa al gruppo familiare del contribuente, quale requisito sufficiente a renderla idonea al ricevimento degli atti... anche in sede di ritiro delle raccomandate all'Ufficio Postale. Tale pronuncia risulta conforme ai principi affermati da questa Corte (Sez. 6 - L, Ordinanza n. 21362 del 15/10/2010; Sentenza n. 23368 del 30/10/2006) secondo cui In tema di notificazioni, la consegna dell'atto da notificare "a persona di famiglia", secondo il disposto dell'art. 139 c.p.c., non postula necessariamente nè il solo rapporto di parentela - cui è da ritenersi equiparato quello di affinità - nè l'ulteriore requisito della convivenza del familiare con il destinatario dell'atto, non espressamente menzionato dalla norma, risultando, all'uopo, sufficiente l'esistenza di un vincolo di parentela o di affinità che giustifichi la presunzione che la "persona di famiglia" consegnerà l'atto al destinatario stesso; resta, in ogni caso, a carico di colui che assume di non aver ricevuto l'atto l'onere di provare il carattere del tutto occasionale della presenza del consegnatario in casa propria, senza che a tal fine rilevino le sole certificazioni anagrafìche del familiare medesimo.

Consegue da quanto sopra il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente alla rifusione, in favore dell'Amministrazione Finanziaria, delle spese del grado che si liquidano in complessivi Euro 2.500,00, oltre spese prenotate a debito.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione, in favore dell'Amministrazione Finanziaria, delle spese del grado che si liquidano in complessivi Euro 2.500,00,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 6 marzo 2012.

Depositato in Cancelleria il 11 aprile 2012

 

Pagina 4 di 5

Site Map