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Con la sentenza in oggetto la Cassazione si esprime sulla responsabilità del lavoratore in caso di evento dannoso.
In particolare afferma che è onere del datore di lavoro provare la colpa del lavoratore per mancata diligenza.
Ecco la sentenza per esteso:
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE - SEZIONE LAVORO ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso 21472/2010 proposto da: AUTOLINEE CAPPONI S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BOCCA DI LEONE 78 (STUDIO LEGALE BDL), presso lo studio dell'avvocato CINELLI Maurizio, che la rappresenta e difende, giusta delega in atti; - ricorrente - contro C.P.; - intimato - Nonchè da: C.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A. BAIAMONTI 10, presso lo studio dell'avvocato SANTORO ROSA PATRIZIA, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato DE CONO MARIA, giusta delega in atti; - controricorrente e ricorrente incidentale - contro AUTOLINEE CAPPONI S.R.L.; - intimata - avverso la sentenza n. 270/2010 della CORTE D'APPELLO di ANCONA, depositata il 03/06/2010 R.G.N. 884/2007; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/02/2012 dal Consigliere Dott. GIULIO MAISANO; udito l'Avvocato CARLO ALBERTO NICOLINI per delega CINELLI MAURIZIO; udito l'Avvocato SANTORO ROSA PATRIZIA; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.
 Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza del 3 giugno 2010 la Corte d'Appello di Ancona, giudicando in sede di rinvio a seguito di sentenza di annullamento del 23 agosto 2006 della Corte di Cassazione di una precedente sentenza del Tribunale di Urbino che aveva a sua volta deciso in sede di rinvio a seguito della cassazione di altra sentenza di appello del Tribunale di Pesare, ha confermato la sentenza del Pretore di Pesaro che, per quanto rileva in questa sede, ha rigettato la domanda riconvenzionale proposta dalla Autolinee Capponi s.r.l. nei confronti del proprio dipendente C.P. intesa ad ottenere il risarcimento del danno cagionato per la sua negligente condotta di guida ad un autobus di proprietà di detta società. La Corte territoriale ha motivato tale decisione negando valore probatorio, in assenza di altre utili emergenze, al verbale di contravvenzione elevato a carico del lavoratore e con il quale si da atto che il C. aveva percorso un tratto di strada semicurva con forte discesa ad una velocità non commisurata a tali condizioni della strada. La Corte territoriale ha richiamato la giurisprudenza di legittimità secondo cui il verbale emesso da pubblico ufficiale fa fede fino a querela di falso solo riguardo alla sua provenienza e, quanto al suo contenuto, per quanto riguarda le dichiarazioni ed i fatti avvenuti in presenza del pubblico ufficiale stesso. Nel caso in esame la ricostruzione dell'incidente è il frutto di una ricostruzione induttiva del verbalizzante operata sulla base di rilevi a suo tempo effettuati, non avendo egli assistito alla dinamica dell'incidente. La Corte d'Appello di Ancona ha escluso di poter ricorrere a presunzioni che, nel caso in esame, si tradurrebbero in una petizione di principio potendosi fare riferimento solo a un parametro meramente possibilistico. La stessa Corte d'Appello ha poi disposto la compensazione fra le parti delle spese di tutti i gradi di giudizio successivi al primo considerando il lungo tempo trascorso che ha inciso sulla fruttuosità dell'istruttoria.
La Autolinee Capponi s.r.l. propone ricorso per cassazione avverso tale sentenza articolandolo su due motivi.
Resiste con controricorso il C. che propone ricorso incidentale.
Il C. ha depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
                    LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                   
                       SEZIONE SECONDA CIVILE                        

 

ha pronunciato la seguente:                                          
                     sentenza                                        
sul ricorso 14197-2006 proposto da: 
              S.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in 
ROMA,  VIA  DELLA GIULIANA 9, presso lo studio dell'avvocato  MORRONE 
VITTORIO, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato  RICCI 
ROBERTO; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
      Z.E. (OMISSIS), FLLI MELANDRI DI BERTI CLEMENTE &  C 
SAS  (OMISSIS),  elettivamente domiciliati in  ROMA,  VLE  GIULIO 
CESARE   183,   presso  lo  studio  dell'avvocato  LUCANTONI   MARTA, 
rappresentati e difesi dall'avvocato TASSELLI GIANCARLO; 
                                                 - controricorrenti - 
avverso  la  sentenza n. 1175/2005 della CORTE D'APPELLO di  BOLOGNA, 
depositata il 25/10/2005; 
udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 
12/01/2012 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI; 
udito  l'Avvocato LUCANTONI Marta, con delega depositata  in  udienza 
dell'Avvocato  TASSELLI Gianfranco, difensore del resistente  che  ha 
chiesto il rigetto; 
udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. 
CAPASSO Lucio che ha concluso per il rigetto del ricorso. 
                 

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

L'officina Fratelli Melando ed Z.E., quale socio della stessa officina, con atto di citazione del 17 febbraio del 2003, proponevano appello avverso la sentenza n. 1402 del 2003 con la quale, il Tribunale di Ravenna, accogliendo la domanda di S., annullava il contratto di compravendita intercorso tra S. e l'officina fratelli Melandri, avente ad oggetto un'autovettura usata Opel Astra, per il prezzo di lire 25.000.000, oltre il valore del veicolo dato in permuta dall'acquirente.

 

S.G. aveva chiesto al Tribunale di Ravenna (intervenuto in sostituzione del Pretore, in conseguenza della soppressione della Pretura) l'annullamento del contratto di compravendita di cui si dice per dolo del venditore.

 

Si costituivano l'Officina fratelli Melandri ed Z.E., eccependo di non aver mai taciuto o mentito sulla provenienza dell'auto, di aver consegnato l'originale della carta di circolazione pochi giorni dopo l'acquisto; negavano di avere manomesso il contachilometri e che il veicolo era stato venduto in ottimo stato d'uso e al prezzo suggerito dalle riviste specializzate. Chiedevano che la domanda venisse rigettata e, in via riconvenzionale, che il S. fosse condannato al risarcimento danni per lite temeraria.

 

La Corte di appello di Bologna, con sentenza n. 1175 del 2005, accoglieva l'appello e riformava totalmente la sentenza del Tribunale di Ravenna.

 

Secondo la Corte bolognese, il concreto svolgimento dei fatti (consegna dopo pochi giorni dell'acquisto dell'originale carta di circolazione da cui risultava l'identità del precedente proprietario, che il S., molti mesi dopo l'acquisto del veicolo, si limitò a contestare l'esistenza dell'alterazione del contachilometri senza fare alcuna menzione della menzogna dello Z. sull'identità del proprietario del veicolo) escludeva l'esistenza del raggiro. A sua volta, la prova testimoniale e i documenti acquisiti dimostravano che l'alterazione del contachilometri non fosse imputabile ai convenuti. E di più, il S. aveva sottoscritto una dichiarazione nella quale affermava di aver visitato e di aver trovato l'automobile in perfetto ordine e funzionamento e in tutto conforme a quanto convenuto.

 

La cassazione della sentenza della Corte di Appello di Bologna è stata chiesta da S. per due motivi, illustrato da memoria.

 

La società fratelli Melandri di Berti Clemente e C. sas, e Z. E. hanno resistito con controricorso.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

 Licenziamento disciplinare per la timbratura del budge e assenza dal luogo di lavoro 

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Napoli, confermando la sentenza di primo grado, rigettava la domanda proposta da (...) e (...) proposta nei confronti della società (...) avente ad oggetto l'impugnativa del licenziamento disciplinare loro intimato, in data 11 dicembre 2001, dalla predetta società in ragione della timbratura in uscita del badge ad opera del (...) anche per il (...) e la (...) non presenti in azienda.

La Corte partenopea accertava, sulla base delle dichiarazioni -ritenute circostanziate puntuali e concordanti- rese dai testi (...) e (...) ed il (...) il giorno 27 novembre 2011 il (...) ed il (...) benché risultanti regolarmente al lavoro sino alle ore 16,45, ora in cui il (...) timbrò in uscita i loro cartellini marcatempo, in realtà erano stati di fatto assenti dallo stabilimento per l'intera giornata lavorativa, così come asserito nelle lettere di contestazioni. Tanto, sottolineava la Corte territoriale, doveva asserirsi per la maggiore attendibilità delle dichiarazioni testi rispetto a quelle del (...) e (...) anche perché le modalità temporali riferite da costoro, secondo cui nella giornata del 27 novembre 2011 avrebbero visto in azienda il (...) ed il (...) erano in conflitto con le versioni fornite sul punto da questi ultimi e contrastanti tra loro.

Rilevava, poi, la Corte del merito che anche per l'addebito relativo alla giornata del 26 novembre 2011 sussistevano, in base alla deposizione del teste (...) gravi precisi e concordanti elementi atti a provarne la sussistenza.

Stante secondo la Corte territoriale, l'assenza del (...) e (...) dal posto di lavoro per l'intera giornata del 27 novembre 2011 conseguiva che la condotta posta in essere dai lavoratori ricorrenti in tale giorno fu frutto di un preventivo accordo diretto a far risultare fittiziamente ottemperato l'obbligo di regolare presenza sul posto di lavoro dei due nominati dipendenti.

Pertanto, rimarcava la Corte napoletana, la condotta contestata appariva connotata da un elemento particolarmente intenso e fraudolento che implicava la violazione di fondamentali doveri scaturenti dal rapporto di lavoro subordinato, espressamente ribaditi anche dall'art. 18 del CCNL.

Tenuto conto, poi, concludeva la Corte del merito, che la condotta contestata era stata posta in essere anche il giorno precedente non vi erano dubbi circa l'idoneità della stessa a ledere la fiducia dell'Azienda nella futura correttezza dell'adempimento della prestazione lavorativa.

Tale conclusione, a parere dei giudici di appello, trovava conforto altresì nelle norme del codice disciplinare e in quelle del CCNL che prevedevano il licenziamento senza preavviso di fatti che costituiscono delitto a termine di legge, come appunto l'illecito ascritto ai ricorrenti idoneo ad integrare gli estremi della fattispecie di cui all'art. 640 cp.

Avverso questa sentenza i lavoratori in epigrafe ricorrono in cassazione sulla base di due censure.

Resiste con controricorso la società intimata che, in via preliminare, eccepisce l'inammissibilità del ricorso per violazione dell'art. 366 bis cpc.

Motivi della decisione..

Con la sentenza in epigrafe la Terza Sezione Civile ha affermato che, in ipotesi di fatto illecito costituito dall’uccisione del congiunto, con riguardo a soggetti estranei all’ambito del ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora), perché possano ritenersi risarcibili il danno non patrimoniale per lesione del rapporto parentale, nonché il danno patrimoniale correlato al venir meno di prestazioni in denaro o di altre provvidenze comportanti un'utilità economica, spontaneamente erogate in vita dal parente deceduto, è necessario che preesistesse tra i congiunti una situazione di effettiva convivenza.

Sentenza 16 marzo 2012, n. 4253

(Sentenza: Sezione Terza Civile, Presidente F. Trifone, Relatore G. Carluccio)

 

Con la sentenza in epigrafe il Giudice di pace di Salerno ha assolto G.A. dai delitti lui ascritti, di ingiurie e minacce nei confronti di C.L. , commessi, in ipotesi accusatoria, il 13 gennaio 2006, ritenendo l'inidoneità offensiva delle espressioni asseritamente minacciose e l'esimente della provocazione per quel che riguarda le ingiurie. Propone ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la Corte d'appello di Salerno, il quale deduce violazione di legge sostanziale e processuale. In particolare lamenta il P.G. che il giudice di merito non abbia indicato nella sentenza in cosa sarebbe consistito il fatto ingiusto che, nell'occasione per cui si procede, avrebbe potuto legittimamente scatenare la reazione ingiuriosa da parte dell'imputato nei confronti della p.c., irrilevanti essendo per il ricorrente situazioni pregresse di conflittualità e di ostilità, che apparirebbero più che altro aver determinato un risentimento latente (irrilevante ai fini dell'esimente), piuttosto che uno stato di ira che, seppur non contestuale, dovrebbe mantenere quei caratteri di immediatezza che lo distinguerebbero da moventi diversi, quali un covato rancore. Si duole poi il ricorrente che il Giudice di pace, per giustificare la propria decisione, si sia riferito in sentenza  ad una querela che non risulterebbe mai essere stata acquisita legalmente, né indicata fra gli atti utilizzabili per la decisione.

In merito alle minacce deduce che, seppur l'espressione lei non sa chi sono io si possa considerare non minacciosa, tuttavia il Giudice di pace avrebbe errato nel considerare non minacciose le restanti espressioni di cui al capo di imputazione, con particolare riguardo a quella: "te la farò pagare" che avrebbe un'oggettiva idoneità a creare turbamento nel destinatario ed avrebbe rilevanza indipendentemente dal timore che in concreto possa aver determinato nella persona offesa.

Le Sezioni Unite, con sentenza n. 12164/2012, hanno stabilito che la nomina del terzo difensore di fiducia dell’imputato, in assenza di revoca espressa di almeno uno dei due già nominati, resta priva di efficacia, salvo che si tratti di nomina effettuata ai sensi dell’art. 571 comma 3 cod. proc. pen. ai fini della proposizione dell’atto di impugnazione, la quale invece, in mancanza di contraria indicazione dell’imputato, comporta la revoca dei precedenti difensori e legittima quello nominato per ultimo ad assumere la difesa nel successivo grado di giudizio, in deroga a quanto previsto dall’art. 24 disp. att. cod. proc. pen. La sentenza ha in particolare precisato che i difensori originariamente nominati non possono ritenersi revocati implicitamente in ragione della concentrazione dell’attività difensiva in capo a quello nominato in eccedenza, giacchè in tal modo si darebbe ingresso ad un improponibile comportamento concludente a formazione progressiva o ad una sorta di postuma ratifica dell’operato del terzo difensore, la cui nomina era invece inefficace al momento del compimento dell’attività che si vuole presumere ratificata. La Corte ha altresì chiarito, con riguardo al caso del successivo conferimento di mandato speciale ad impugnare al terzo difensore, che qualora uno di quelli precedentemente nominati già abbia proposto impugnazione, la stessa conserva validità, mentre quando entrambi i patroni originariamente incaricati abbiano proposto gravame, quello del legale nominato all’uopo in eccedenza rimane inefficace, in quanto la facoltà di impugnazione legittimamente esercitata dai primi difensori ha consumato quella del terzo.

Sentenza n. 12164 del 15 dicembre 2011 - depositata il 30 marzo 2012

(Sentenza Sezioni Unite Penali, Presidente E. Lupo, Relatore C. Squassoni)

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