LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                   
                           SEZIONE LAVORO                            
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:  (omississ)                          
ha pronunciato la seguente:                                          
                     sentenza                                        
sul ricorso 17305/2008 proposto da: 
UNICREDIT  BANCA  S.P.A.,  in persona del legale  rappresentante  pro 
tempore,  elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25-B,  presso  lo 
studio  degli avvocati PESSI ROBERTO, GENTILE GIOVANNI GIUSEPPE,  che 
la rappresentano e difendono giusta delega in atti; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
        C.M.,  elettivamente domiciliato in ROMA, VIA  DEI  GRACCHI 
123, presso lo studio dell'avvocato DETTORI RAIMONDO, rappresentato e 
difeso dall'avvocato ANGIONI ANGELO, giusta delega in atti; 
                                                 - controricorrente - 
avverso la sentenza n. 3 32/2007 della CORTE D'APPELLO SEZ. DIST.  DI 
SASSARI, depositata il 28/06/2007, r.g.n. 80/07; 
udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 
17/01/2012 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI; 
udito l'Avvocato GIOVANNI GENTILE; 
udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. 
FRESA Mario, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso. 
                 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte d'Appello di Cagliari, con la sentenza n. 332 del 28 giugno del 2007, pronunciando sull'impugnazione proposta da C. M. nei confronti della società Unicredit Banca spa, avverso la sentenza n. 277 del 2005 del Tribunale di Nuoro, la accoglieva. Pertanto, in riforma della suddetta pronuncia: dichiarava illegittimo il licenziamento intimato al C. il 19 marzo 1998 e lo annullava, ordinando la reintegrazione nel posto di lavoro; condannava la Unicredit Banca spa al risarcimento del danno nei confronti di C.M., che liquidava in misura corrispondente alla retribuzione globale di fatto, dal 19 marzo 1998 all'effettiva reintegra, detratto l'aliunde perceptum come risultante dagli atti di causa al fascicolo di ufficio del Tribunale di Nuoro, da maggiorare di interessi e rivalutazione ai sensi dell'art. 429 c.p.c.; condannava la Unicredit alla regolarizzazione della posizione contributiva ed assistenziale per le medesime date su indicate;

condannava la Unicredit al pagamento delle spese di entrambi i gradi di giudizio come liquidate.

2. Il Tribunale aveva respinto la domanda del lavoratore ritenendo legittimo il licenziamento dello stesso.

3. Ricorre per la cassazione della suddetta sentenza resa in grado di appello la società Unicredit Banca spa, formulando otto motivi di ricorso, alcuni dei quali articolati in più profili.

4. Resiste con controricorso il C..

5. Entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell'art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE…

 1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL per il personale delle aree professionali dipendente dalle Banche del 19 dicembre 1994, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; contraddittoria ed illogica motivazione della sentenza, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito alla valutazione della lesione del vincolo fiduciario dovuta alla detenzione di sostanze stupefacenti da parte di un impiegato di un Istituto di credito.

Il giudice di secondo grado, del tutto illegittimamente, avrebbe trasferito nell'ambito giusvaloristico la valutazione della "maggiore gravità" della condotta di spaccio rispetto a quella di mera detenzione di sostanze stupefacenti, ritenendo, di fatto, che l'uso di sostanze stupefacenti non possa in alcun modo rilevare ai fini della valutazione della lesione del vincolo fiduciario intercorrente tra una Banca ed un suo dipendente.

Nella valutazione della lesione del vincolo fiduciario che deve intercorrere tra una banca ed un suo impiegato di alto livello, il giudice dell'appello avrebbe violato o falsamente applicato l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 196, n. 604, art. 1, che ne fa richiamo, nonchè gli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994, dal momento che anche i fatti extralavorativi possono incidere sulla irrimediabile lesione del vincolo fiduciario, in particolare qualora si tratti di dipendenti di Istituti di credito.

Non si comprende, ad avviso della ricorrente, come il giudice dell'appello possa non avere ritenuto irrimediabilmente leso il vincolo fiduciario nei confronti di un dipendente di Banca, che, in una complessa operazione delle forze dell'ordine, è stato trovato in possesso di rilevanti quantità di diverse droghe.

Appare, poi, incongruo il "distinguo" tra il detentorc e lo spacciatore, atteso che tale distinzione è differenze sul piano penale, rispetto a quello giuslavoristico.

Il quesito di diritto è stato formulato come segue: se violi l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè gli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 19 dicembre 1994, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come fatto non costituente giusta causa di licenziamento la condotta di un dipendente di un Istituto di credito, inquadrato nella 3A area professionale, che sia stato trovato, da parte delle forze dell'ordine, in possesso di ingenti quantitativi di droga a prescindere dalla rilevanza penale dei fatti.

La motivazione dei Giudici di merito sarebbe affetta anche da vizio di illogicità e contraddittorietà.

Ai fini della valutazione della condotta del lavoratore il giudice di secondo grado ha individuato il maggiore disvalore giuridico e sociale di una condotta di spaccio rispetto a quella di mera detenzione sull'assunto in base al quale solo lo spacciatore frequenterebbe "gente diversa" e sarebbe inserito "in un ambiente ben più pericoloso" che, di certo, "può costituire una giusta causa del venir meno del rapporto fiduciario, anche tenuto conto della qualità di istituto di credito del datore di lavoro".

La motivazione della sentenza d'appello è viziata e risulta palesemente illogica e contraddittoria nella parte in cui esclude che anche il detentore di sostanze stupefacenti frequenti ambienti "pericolosi" o "gente" poco raccomandabile, proprio perchè è il detentore, appunto, che si deve -necessariamente - rivolgere allo spacciatore per potersi procurare la droga, frequentando, quindi, gli stessi ambienti ed essendo parte del medesimo "gruppo" sociale.

La frequentazione degli stessi ambienti sociale e della stessa "gente" determina necessariamente una lesione del vincolo fiduciario intercorrente tra il datore di lavoro e il prestatore soprattutto nell'ipotesi, come quella del caso di specie, in cui il lavoratore è dipendente di un Istituto di credito, rapporto di lavoro che necessita l'adozione di condotte assolutamente trasparenti e che è inconciliabile ed incompatibile con i comportamenti posti in essere dal lavoratore.

2. Con il secondo motivo d'impugnazione è prospettata violazione e falsa applicazione di norme di diritto e, in particolare, dell'art. 115 c.p.c., e dell'art. 2697 c.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La Corte d'appello ha fatto ampio ed erroneo riferimento alla figura della nozione dei fatti di comune esperienza.

Il giudice di secondo grado avrebbe, infatti, fondato la propria decisione sulla valutazione (basata su un fatto "notorio") che l'uso di hashish e di marijuana non comporterebbe assuefazione, non determinerebbe la modificazione della personalità e avrebbe un costo modesto. Ciò comporterebbe l'inesistenza di alcun pericolo per l'Istituto di credito, anche dal punto di vista della salvaguardia della immagine.

Il quesito di diritto ha il seguente tenore: se violi l'art. 115 c.p.c., comma 2, e l'art. 2697 c.c., la sentenza impugnata nella parte in cui qualifichi come fatto notorio: l'insussistenza di alcuna dipendenza derivante dall'uso di sostanze stupefacenti quali l'hashish e la marijuana;

che l'utilizzo di sostanze stupefacenti (hashish e marijuana) non modifichi la personalità dell'individuo;

che l'hashish e la marijuana hanno un costo di molto inferiore a quello di altre droghe;

che l'uso di hashish e di marijuana determinerebbe un disvalore sociale minore rispetto all'uso di altre droghe, anche con riferimento al danno all'immagine per la Banca.

3. Con il terzo motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 19 dicembre 1994, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; omessa, insufficiente e/o contraddittoria ed illogica motivazione della sentenza, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito alla valutazione della Corte d'Appello relativa alla mancata modificazione della personalità dell'individuo in caso di utilizzo di sostanze stupefacenti quali l'hashish e la marijuana e sul mancato danno all'immagine in capo alla Banca in caso di utilizzo da parte di un suo dipendente di droghe c.d. leggere.

Il quesito di diritto ha il seguente contenuto: se violi l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 196, n. 604, art. 1, nonchè gli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come fatto non costituente la giusta causa di licenziamento la condotta di un dipendente di un Istituto di credito che utilizzi sostanze stupefanti "leggere", specie allorchè di tale uso venga data pubblicità attraverso gli organi di stampa, determinando un grave danno, quantomeno d'immagine, per la Banca.

Tale punto della sentenza sarebbe, altresì, affetto da vizio di omessa, insufficiente e/o contraddittoria oltre che illogica motivazione, con riferimento all'affermazione secondo cui l'uso di droghe c.d. leggere non determinerebbe una modificazione dello stato sensoriale dell'individuo, e nella parte in cui rileva che l'utilizzo di tali sostanze stupefacenti non avrebbe provocato alcun danno alla Banca datrice di lavoro.

4. Con la quarta censura è prospettata omessa, illogica e contraddittoria motivazione della sentenza sul punto relativo alla valutazione di abitualità del consumo di droghe e di tossicodipendenza del resistente C., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La motivazione del Giudice d' Appello sarebbe viziata e risulterebbe omissiva, insufficiente e/o contraddittoria ed illogica nella parte in cui afferma che "presuntivamente" il lavoratore non doveva essere ritenuto un abituale consumatore di sostanze stupefacenti leggere e/o pesanti.

5. Con il quinto motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; contraddittoria ed illogica motivazione della sentenza ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito alla comparazione tra il consumo di sostanze stupefacenti e l'uso di alcool.

Il quesito di diritto ha il seguente tenore: se violi l'art. 2119 c.c., la L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, e gli artt. 122 e 124 del richiamato CCNL del 19 dicembre 1994, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come fatto non costituente giusta causa di licenziamento la condotta di un dipendente di un Istituto di credito che sia stato trovato da parte delle forze dell'ordine in possesso di ingenti quantitativi di droga, erroneamente equiparandola, sotto il profilo della gravità, alla condotta del dipendente che abbia acquistato un ingente quantitativo di sostanze alcoliche.

Sul punto, la sentenza d'appello è affetta anche da un ulteriore vizio di contraddittorietà della motivazione.

La motivazione dei Giudici di Appello sarebbe viziata e contraddittoria nella parte in cui parifica la condotta del dipendente di un Istituto di credito che si "ubriachi" a quella di un lavoratore di una banca che faccia uso di sostanze stupefacenti quali hashish e marijuana, ritenendo, di conseguenza, essa condotta insufficiente a rappresentare giusta causa di licenziamento.

6. Con il sesto motivo d'impugnazione è rilevata contraddittorietà e illogicità della motivazione della sentenza sul punto relativo al convincimento giudiziale che la condotta del lavoratore sarebbe stata legittimante il licenziamento solo se lo stesso dipendente avesse svolto attività lavorativa di cassiere o di addetto ai rapporti con la clientela, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

In ogni caso, la motivazione è illogica e contraddittoria in quanto, nell'esprimere tale convincimento, il giudice di secondo grado ha ritenuto che il lavoratore non potesse svolgere le mansioni suddette (rapporti con clienti e/o maneggio denaro) per il livello inquadramentale di appartenenza, mentre, proprio per in ragione di detto livello (3A area professionale, 1 livello), lo stesso aveva (o poteva avere) rapporti con la clientela e gestire direttamente denari.

7. Con il settimo motivo di impugnazione si prospetta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994; nonchè violazione o falsa applicazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7, dell'art. 2103 c.c., degli artt. 110 e 122 del suddetto CCNL, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, contraddittorietà e illogicità della motivazione della sentenza, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito al giudizio di proporzionalità tra condotta e sanzione irrogata, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Il quesito di diritto ha il seguente oggetto: se violi l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè gli artt. 122 e 124 dell'indicato CCNL, e ancora se violi la L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7, l'art. 2103 c.c., gli artt. 110 e 122 del medesimo CCNL, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come non proporzionato il licenziamento irrogato nei confronti di un dipendente di un Istituto di credito che sia stato trovato in possesso di rilevati quantitativi di droghe, ritenendo, fra l'altro, e decisivamente, non realizzatosi un danno all'immagine per la Banca ricorrente, ed affermando che tale danno sarebbe stato comunque ovviabile per mezzo del trasferimento del dipendente.

L'erroneità della valutazione compiuta dalla Corte d'Appello in merito all'assenza di un danno a carico della Banca, per l'asserita mancanza di pubblicità negativa derivante dalla condotta posta in essere dal lavoratore, come l'incongruità e illegittimità della "soluzione" proposta dalla Corte medesima (trasferimento disciplinare), viziano altresì la motivazione della sentenza, che risulta altresì illogica e contraddittoria su un punto decisivo, rappresentato dalla proporzionalità (o meno) del licenziamento.

8. Con l'ultimo motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 1227 c.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Il quesito di diritto è così articolato: se violi l'art. 1227 c.c., la sentenza impugnata nella parte in cui ritiene non rilevante, ai fini della quantificazione del danno conseguente ad un illegittimo licenziamento, il fatto che il dipendente abbia atteso, dalla data del recesso datoriale, un lasso di tempo di circa cinque anni per avviare la tutela giudiziaria.

9. I suddetti motivi di impugnazione devono essere trattati congiuntamente, in quanto gli stessi sono connessi poichè, tutte le pur varie censure, con gli stessi prospettate, vertono sulla motivazione in base alla quale il giudice di appello ha ritenuto il licenziamento intimato illegittimo, per non essere commisurata detta sanzione alla condotta del lavoratore. I motivi di ricorso sono fondati.

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Ecco un estratto della sentenza della Corte di cassazione - Sezione lavoro - Sentenza 4 aprile 2012 n. 5371.

                     LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE         

                           SEZIONE LAVORO                            
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:  (omissis)                          
ha pronunciato la seguente:                                          
                     sentenza                                        
sul ricorso 9483/2010 proposto da: 
           P.E.,  elettivamente  domiciliato  in  ROMA,  VIA  LAURA 
MANTEGAZZA   24,  presso  lo  studio  dell'avvocato   MARCO   GARDIN, 
rappresentato  e  difeso dall'avvocato DI MATTIA  GIANFRANCO,  giusta 
delega in atti;                                                        - ricorrente - 
                               contro 
VIS  S.P.A.,  già IVRI S.R.L., in persona del legale  rappresentante 
pro  tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA E.Q.VISCONTI 20, 
presso   lo   studio   dell'avvocato  ANTONINI   DE   ROSA   ALBERTO, 
rappresentata e difesa dall'avvocato VIELI PASQUALE, giusta delega in 
atti;                                                  - controricorrente - 
avverso  la  sentenza  n.  350/2008 della CORTE  D'APPELLO  DI  LECCE 
SEZIONE  DISTACCATA  DI  TARANTO,  depositata  il  25/03/2009  R.G.N. 
379/07; 
udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 14/03/2012 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO; 
udito l'Avvocato DI MATTIA GIANFRANCO; udito l'Avvocato ANTONINI MARIO per delega PASQUALE VIELI; 
udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. SEPE Ennio Attilio, che ha concluso per il rigetto. 
                 SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 25.3.2009, la Corte di Appello di Lecce rigettava l'appello proposto da P.E. avverso la decisione di primo grado che aveva respinto la domanda del predetto, intesa ad ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli dall'istituto di vigilanza IVRI, per carenza della giusta causa e del giustificato motivo in riferimento a condotta consistita nell'avere effettuato, nel corso della sua attività di sorvegliante addetto all'ingresso nell'ospedale ss. (OMISSIS), una telefonata in data 16.12.2001, della complessiva durata di due ore, altre tre in data 23.12.2001, della complessiva durata di oltre un'ora, nonchè ulteriori telefonate oggetto di separata contestazione in data 7 dicembre ed altre undici del 24.12.2001, tutte di svago.

Osservava la Corte territoriale che non era stato violato il divieto di utilizzazione di apparecchiature per il controllo a distanza dei lavoratori di cui all'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, atteso che non vi era stata lesione della dignità e riservatezza del P., in quanto questi svolgeva la propria prestazione lavorativa in postazione chiusa, che in tale postazione si trovava un'utenza telefonica dell'Ospedale, che erano stati acquisiti non dal datore, ma dall'azienda ospedaliera - soggetto estraneo al rapporto di lavoro - i tabulati per l'accertamento di telefonate abusive e che gli ultimi tre numeri delle telefonate ritenute abusive erano stati criptati. L'acquisizione dei tabulati era avvenuta per fornire chiarimenti all'azienda ospedaliera, la quale aveva avuto modo di rilevare il numero eccessivo delle chiamate.

Non poteva dubitarsi, secondo la Corte del merito, della prova dei fatti contestati, essendo le telefonate avvenute in uno spazio temporale in cui il turno di lavoro era quello del P..

Rilevava il disvalore della condotta, lesiva delle esigenze di efficace svolgimento dell'attività di vigilanza in ospedale pubblico ed osservava che, peraltro, neanche poteva trovare accoglimento la censura di tardività della contestazione disciplinare, in quanto effettuata in tempi compatibili con le esigenze di accertamento dei fatti e di lettura dei tabulati acquisiti Conclusivamente, il giudice del gravame evidenziava l'univocità, gravità e concordanza degli indizi di commissione del fatto da parte del P. e l'irrilevanza dell'asserita assenza di danno.

Per la cassazione della decisione ricorre il P., con cinque motivi di impugnazione, illustrati con memoria depositata ai sensi dell'art. 378 c.p.c..

Si costituisce, con controricorso, la società.

MOTIVI DELLA DECISIONE

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Con la sentenza in oggetto la Cassazione si esprime sulla responsabilità del lavoratore in caso di evento dannoso.
In particolare afferma che è onere del datore di lavoro provare la colpa del lavoratore per mancata diligenza.
Ecco la sentenza per esteso:
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE - SEZIONE LAVORO ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso 21472/2010 proposto da: AUTOLINEE CAPPONI S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BOCCA DI LEONE 78 (STUDIO LEGALE BDL), presso lo studio dell'avvocato CINELLI Maurizio, che la rappresenta e difende, giusta delega in atti; - ricorrente - contro C.P.; - intimato - Nonchè da: C.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A. BAIAMONTI 10, presso lo studio dell'avvocato SANTORO ROSA PATRIZIA, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato DE CONO MARIA, giusta delega in atti; - controricorrente e ricorrente incidentale - contro AUTOLINEE CAPPONI S.R.L.; - intimata - avverso la sentenza n. 270/2010 della CORTE D'APPELLO di ANCONA, depositata il 03/06/2010 R.G.N. 884/2007; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/02/2012 dal Consigliere Dott. GIULIO MAISANO; udito l'Avvocato CARLO ALBERTO NICOLINI per delega CINELLI MAURIZIO; udito l'Avvocato SANTORO ROSA PATRIZIA; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.
 Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza del 3 giugno 2010 la Corte d'Appello di Ancona, giudicando in sede di rinvio a seguito di sentenza di annullamento del 23 agosto 2006 della Corte di Cassazione di una precedente sentenza del Tribunale di Urbino che aveva a sua volta deciso in sede di rinvio a seguito della cassazione di altra sentenza di appello del Tribunale di Pesare, ha confermato la sentenza del Pretore di Pesaro che, per quanto rileva in questa sede, ha rigettato la domanda riconvenzionale proposta dalla Autolinee Capponi s.r.l. nei confronti del proprio dipendente C.P. intesa ad ottenere il risarcimento del danno cagionato per la sua negligente condotta di guida ad un autobus di proprietà di detta società. La Corte territoriale ha motivato tale decisione negando valore probatorio, in assenza di altre utili emergenze, al verbale di contravvenzione elevato a carico del lavoratore e con il quale si da atto che il C. aveva percorso un tratto di strada semicurva con forte discesa ad una velocità non commisurata a tali condizioni della strada. La Corte territoriale ha richiamato la giurisprudenza di legittimità secondo cui il verbale emesso da pubblico ufficiale fa fede fino a querela di falso solo riguardo alla sua provenienza e, quanto al suo contenuto, per quanto riguarda le dichiarazioni ed i fatti avvenuti in presenza del pubblico ufficiale stesso. Nel caso in esame la ricostruzione dell'incidente è il frutto di una ricostruzione induttiva del verbalizzante operata sulla base di rilevi a suo tempo effettuati, non avendo egli assistito alla dinamica dell'incidente. La Corte d'Appello di Ancona ha escluso di poter ricorrere a presunzioni che, nel caso in esame, si tradurrebbero in una petizione di principio potendosi fare riferimento solo a un parametro meramente possibilistico. La stessa Corte d'Appello ha poi disposto la compensazione fra le parti delle spese di tutti i gradi di giudizio successivi al primo considerando il lungo tempo trascorso che ha inciso sulla fruttuosità dell'istruttoria.
La Autolinee Capponi s.r.l. propone ricorso per cassazione avverso tale sentenza articolandolo su due motivi.
Resiste con controricorso il C. che propone ricorso incidentale.
Il C. ha depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
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 Licenziamento disciplinare per la timbratura del budge e assenza dal luogo di lavoro 

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Napoli, confermando la sentenza di primo grado, rigettava la domanda proposta da (...) e (...) proposta nei confronti della società (...) avente ad oggetto l'impugnativa del licenziamento disciplinare loro intimato, in data 11 dicembre 2001, dalla predetta società in ragione della timbratura in uscita del badge ad opera del (...) anche per il (...) e la (...) non presenti in azienda.

La Corte partenopea accertava, sulla base delle dichiarazioni -ritenute circostanziate puntuali e concordanti- rese dai testi (...) e (...) ed il (...) il giorno 27 novembre 2011 il (...) ed il (...) benché risultanti regolarmente al lavoro sino alle ore 16,45, ora in cui il (...) timbrò in uscita i loro cartellini marcatempo, in realtà erano stati di fatto assenti dallo stabilimento per l'intera giornata lavorativa, così come asserito nelle lettere di contestazioni. Tanto, sottolineava la Corte territoriale, doveva asserirsi per la maggiore attendibilità delle dichiarazioni testi rispetto a quelle del (...) e (...) anche perché le modalità temporali riferite da costoro, secondo cui nella giornata del 27 novembre 2011 avrebbero visto in azienda il (...) ed il (...) erano in conflitto con le versioni fornite sul punto da questi ultimi e contrastanti tra loro.

Rilevava, poi, la Corte del merito che anche per l'addebito relativo alla giornata del 26 novembre 2011 sussistevano, in base alla deposizione del teste (...) gravi precisi e concordanti elementi atti a provarne la sussistenza.

Stante secondo la Corte territoriale, l'assenza del (...) e (...) dal posto di lavoro per l'intera giornata del 27 novembre 2011 conseguiva che la condotta posta in essere dai lavoratori ricorrenti in tale giorno fu frutto di un preventivo accordo diretto a far risultare fittiziamente ottemperato l'obbligo di regolare presenza sul posto di lavoro dei due nominati dipendenti.

Pertanto, rimarcava la Corte napoletana, la condotta contestata appariva connotata da un elemento particolarmente intenso e fraudolento che implicava la violazione di fondamentali doveri scaturenti dal rapporto di lavoro subordinato, espressamente ribaditi anche dall'art. 18 del CCNL.

Tenuto conto, poi, concludeva la Corte del merito, che la condotta contestata era stata posta in essere anche il giorno precedente non vi erano dubbi circa l'idoneità della stessa a ledere la fiducia dell'Azienda nella futura correttezza dell'adempimento della prestazione lavorativa.

Tale conclusione, a parere dei giudici di appello, trovava conforto altresì nelle norme del codice disciplinare e in quelle del CCNL che prevedevano il licenziamento senza preavviso di fatti che costituiscono delitto a termine di legge, come appunto l'illecito ascritto ai ricorrenti idoneo ad integrare gli estremi della fattispecie di cui all'art. 640 cp.

Avverso questa sentenza i lavoratori in epigrafe ricorrono in cassazione sulla base di due censure.

Resiste con controricorso la società intimata che, in via preliminare, eccepisce l'inammissibilità del ricorso per violazione dell'art. 366 bis cpc.

Motivi della decisione..

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Lunedì, 26 Marzo 2012 09:07

LAVORO|Sentenza Cassazione n. 1409/2012

SENTENZA LAVORO SUBORDINATO - CONTRATTO A TERMINE - CONVERSIONE - RISARCIMENTO AL LAVORATORE - DISCIPLINA SOPRAVVENUTA EX ART. 32 DEL COLLEGATO LAVORO

La sentenza ha stabilito che In tema di risarcimento del danno nei casi di conversione del rapporto a termine, la sopravvenuta disciplina dell’art. 32, commi 5, 6 e 7, della legge n. 183 del 2010 (cosiddetto Collegato Lavoro), come interpretata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 303 del 2011, si applica nel giudizio pendente in grado di legittimità, qualora tale "ius superveniens" sia pertinente alle questioni dedotte nel ricorso per cassazione. (In applicazione del principio, la S.C., nel ritenere ammissibile il quesito ex art. 366 bis cod. proc. civ., applicabile “ratione temporis”, ha cassato la decisione impugnata in ordine alla misura del risarcimento, e, negata ogni rilevanza all'eccezione di "aliunde perceptum", non detraibile nella sopravvenuta disciplina, ha rinviato al giudice territoriale per la determinazione dell'indennità in base alla disciplina medesima).

Sentenza n. 1409 del 31 gennaio 2012

(Sentenza Sezione Lavoro, Presidente M. De Luca - Estensore V. Nobile)

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