SENTENZE DIRITTO CIVILE

Sentenze diritto civile (41)

  

 TRADIMENTO CONIUGALE E RISARCIMENTO DANNI - RELAZIONE EXTRACONIUGALE - ADDEBITO SEPARAZIONE

La Corte di Cassazione, con la sentenza in oggetto, precisa che se la violazione dei doveri coniugali (tradimento extraconiugale) ha comportato sofferenze molto frustranti, il coniuge tradito ha diritto ad ottenere il risarcimento dei danni morali ex art. 2059 c.c., a prescindere dalla pronuncia di addebito in sede di separazione.

 

TRADIMENTO EXTRACONIUGALE E RISARCIMENTO DANNI: LA PROVA DEL NESSO CAUSALE

A giudizio della Corte “sarà inoltre necessaria la prova del nesso di causalità fra detta violazione (tradimento extraconiugale) ed il danno, che per essere a detto fine rilevante non può consistere nella sola sofferenza psichica causata dall'infedeltà e dalla percezione dell'offesa che ne deriva - obbiettivamente insita nella violazione dell'obbligo di fedeltà - di per sé non risarcibile costituendo pregiudizio derivante da violazione di legge ordinaria, ma deve concretizzarsi nella compromissione di un interesse costituzionalmente protetto”.

 

RELAZIONE EXTRACONIUGALE E RISARCIMENTO DANNI: LA LESIONE DELLA SALUTE E DELLA DIGNITA’

Per ottenere il risarcimento dei danni morali (non patrimoniali) per il tradimento extra-coniugale il partner tradito deve dimostrare “che l'infedeltà […] abbia dato luogo a lesione della salute del coniuge […]. Ovvero ove l'infedeltà per le sue modalità abbia trasmodato in comportamenti che […] si siano concretizzati in atti specificamente lesivi della dignità della persona, costituente bene costituzionalmente protetto.”

In tal senso ruolo fondamentale assume un avvocato divorzista, il quale può elaborare la strategia processuale più idonea al fine della dimostrazione del danno, attraverso l'allegazione di prove documentali e testimoniali.
Il risarcimento dei danni morali (non patrimoniali) per il tradimento extra-coniugale è dovuto a prescindere dalla richiesta ed ottenimento dell’addebito della separazione, poiché consiste in un vero e proprio illecito civile del tutto autonomo ex art. 2059 c.c.

 

 

CONCLUSIONI
Secondo la sentenza in oggetto, quindi, se la violazione dei doveri coniugali (relazione extraconiugale - tradimento) ha comportato sofferenze molto frustranti, il coniuge tradito ha diritto ad ottenere il risarcimento danni ex art. 2059 c.c., a prescindere dalla pronuncia di addebito in sede di separazione

 

Avvocato Giuseppe Maniglia

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RISARCIMENTO DANNI IMMISSIONI POLVERI - RUMORE

La valutazione equitativa del risarcimento del danno deve essere giustificata e motivata dal giudice in sentenza, con una indicazione analitica degli elementi di fatto che l’hanno portato a liquidare una cifra piuttosto che un’altra. Si ricorda, in proposito, che il semplice turbamento della tranquillità familiare non assurge a un valore costituzionale protetto e quindi non può essere risarcito.

 

A parere della Corte di Cassazione, sebbene l'indagine medico legale non è indispensabile e il giudice può, nell'ambito della valutazione discrezionale al medesimo riservata, accertare il verificarsi della menomazione dell'integrità psico-fisica della persona facendo ricorso alle presunzioni e quantificare il danno in via equitativa, è pur sempre necessario che la motivazione indichi gli elementi di fatto che nel caso concreto sono stati tenuti presenti e i criteri adottati nella liquidazione equitativa, perchè altrimenti la valutazione si risolverebbe in un giudizio del tutto arbitrario, in quanto non è suscettibile di alcun controllo. (Leggi l’estratto della sentenza).

 

 

Il c.d. danno da fermo tecnico non si può riconoscere in re ipsa, per il solo fatto che un veicolo sia stato inutilizzato per un certo lasso di tempo. Tale danno deve essere provato al pari di ogni danno previsto nell’ordinamento. Come ogni danno, anche quello da fermo tecnico deve essere provato. La prova deve concernere sia il dato della inutilizzabilità del veicolo in relazione ai giorni in cui esso è stato illegittimamente sottratto alla disponibilità del proprietario, sia il dato della necessità del proprietario di servirsi del mezzo, cosicché, dalla impossibilità della sua utilizzazione, egli abbia riportato un danno, perché, ad esempio, non abbia potuto svolgere una determinata attività lavorativa ovvero abbia dovuto fare ricorso a mezzi sostitutivi (In senso conforme v. sentenza Cass. 19 novembre 1999 n. 12820 e sentenza Trib. Roma, Sez. XII, 10 settembre 2010, n. 18150).

 

  • Rilevante sentenza della Corte di Cassazione sulla responsabilità dell'ente proprietario dlla strada per una caduta (sinistro) causata dalla presenza di fango, sterpaglie e detriti sulla strada. Problema, devo dire, che si verifica troppo spesso sulle nostre strade,  a volte mal controllate dagli enti locali o dai concessionari. In punto di diritto pare opportuno sottolineare come la responsabilità per cose in custodia ex art. 2051 c.c. sia da ritenere di natura oggettiva ed è - quindi - onere del danneggiato provare il nesso di causalità tra la cosa oggetto di custodia e danno, e la prova del potere di custodia in capo all'ente convenuto. Compete, invece, al convenuto (custode) la prova liberatoria del caso fortuito caratterizzato da imprevedibilità ed eccezionalità assoluta. Imprevdibilità ed eccezionalità che nel caso di specie non sussistevano. (Su un precedente cfr. conforme Cassazione n. 24529 del 2009). Leggi l'estratto della sentenza...

Estratto sentenza della Corte di Cassazione, Sezioni Unite civili, n. 5771 del 2012.

                    
La Corte, rilevato che con ricorso del 2/10/2006 la srl La Colonna ha impugnato l'iscrizione ipotecaria effettuata su due terreni di sua proprietà in conseguenza del mancato pagamento di una cartella esattoriale per complessivi Euro 2.028,66, dovuti a titolo di contributi per opere irrigue realizzate dal Consorzio di bonifica Alli Copanello negli anni 2000/2003;

che costituitasi la E. Tr. Equitalia, il giudice adito ha pronunciato l'annullamento dell'iscrizione per violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 76, secondo il quale il concessionario non poteva procedere alla espropriazione immobiliare se l'importo del credito non superava gli ottomila Euro;

che la E. Tr. Equitalia si è gravata alla Commissione Regionale che ha, però, rigettato l'appello perchè "nessun precetto legislativo e(ra) stato adempiuto dal concessionario sia in ordine al valore indicato dall'art. 76, sia in relazione agli artt. 50 e 77", il primo dei quali stabiliva che in caso di mancato inizio dell'espropriazione entro un anno dalla consegna della cartella di pagamento, il concessionario doveva procedere alla previa notificazione di un'intimazione ad adempiere; che la E. Tr. Equitalia ha proposto ricorso per cassazione, deducendo con il primo motivo la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 2 e 19, nonchè del D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 50, 76 e 77, in quanto la Commissione Regionale non avrebbe potuto pronunciare l'annullamento dell'iscrizione ipotecaria, perchè avrebbe dovuto "limitarsi alle vicende del rapporto tributario ed alla attitudine, efficacia ed esecutività dei titoli (ad essa) sottesi... e ciò in quanto la fase di esecuzione forzata (ipotetica ed eventuale) e le correlative opposizioni ed anche le domande di riduzione o restrizione dell'ipoteca rientra(va)no nella giurisdizione e competenza della magistratura ordinaria"; che con il secondo motivo la ricorrente ha nuovamente dedotto la violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 50, 76 e 77, in quanto la Commissione Regionale non aveva considerato che decorso infruttuosamente il termine di sessanta giorni dalla consegna della cartella esattoriale, il concessionario non aveva bisogno di notificare nessuna intimazione per procedere all'iscrizione ipotecaria, che non costituiva un atto della epropriazione, ma una semplice "forma di cautela, con garanzia reale del credito erariale, cui risultava per ciò solo inapplicabile sia il limite di valore contenuto nell'art. 76 che l'obbligo preliminare previsto dall'art. 50; che la srl La Colonna non ha svolto attività difensiva; che il primo motivo è inammissibile, in quanto pronunciando l'annullamento della ipoteca, la Commissione Provinciale ha implicitamente riconosciuto di avere giurisdizione al riguardo;

che non avendo proposto appello sul punto ed essendosi perciò formato il giudicato interno su di esso, la spa E. Tr. Equitalia non può pretendere di rimetterlo nuovamente in discussione;

che a proposito del secondo motivo giova ricordare che il sistema delineato dal D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 76 e 77, è stato da taluni inteso nel senso che assolvendo anche ad un'autonoma funzione anticipatoria e cautelativa, l'ipoteca poteva essere iscritta pure per crediti che non avrebbero autorizzato il concessionario a procedere ad espropriazione forzata;

che a fronte di tale (pur plausibile) interpretazione, vi sono stati altri che hanno attribuito al combinato disposto delle predette norme il significato d'impedire l'iscrizione dell'ipoteca per importi inferiori agli ottomila Euro che, com'è noto, rappresentavano per l'agente della riscossione la soglia minima della espropriazione immobiliare; che chiamate a pronunciarsi sul punto, queste Sezioni Unite hanno privilegiato la seconda lettura, riconoscendo, nel solco della precedente giurisprudenza, che al pari del fermo di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 86, (su cui v. C. Cass. n. 2053 del 2006), anche l'ipoteca di cui all'art. 77 del medesimo decreto costituiva un atto preordinato all'espropriazione, per cui doveva necessariamente soggiacere agli stessi limiti per questa stabiliti dal precedente art. 76 (C. Cass. 22/2/2010, n. 4077);

che la ricorrente ha chiesto di rimeditare il problema, aggiungendo agli argomenti già dibattuti ulteriori considerazioni basate non soltanto sulla portata attribuita alle predette norme dalla Relazione di accompagnamento al D.Lgs. n. 46 del 1999, dal rappresentante del Governo in risposta ad un'interrogazione parlamentare e dall'Agenzia delle Entrate in due circolari, ma anche, e soprattutto, sul tenore letterale del D.L. 25 marzo 2010, n. 40, art. 3, comma 2 ter, convertito dalla L. n. 73 del 2010, che aveva si vietato d'iscrivere ipoteca per crediti minori di ottomila Euro, ma soltanto "a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione" confermando così che per il periodo pregresso non esisteva nessun limite di valore per l'iscrizione; che neppure tali considerazioni appaiono decisive, perchè quello che conta ai fini dell'interpretazione di un atto normativo non è l'intenzione del Legislatore (C. Cass. n. 2454 del 1983) o la lettura fattane da ministeri od altri enti, ma la volontà oggettiva della legge (C. Cass. n. 3550 del 1988) quale risultante dal suo dato letterale, che nel caso di specie depone, per l'appunto, nel senso della non iscrivibilità dell'ipoteca per crediti non realizzabili a mezzo di espropriazione immobiliare;

che per valere come smentita della predetta interpretazione, il D.L. n. 40 del 2010, art. 3, comma 2 ter, avrebbe dovuto stabilire il contrario e, cioè, che a partire dal momento della emanazione della legge di conversione non sarebbe più stato possibile iscrivere ipoteca per crediti non realizzabili a mezzo di espropriazione immobiliare;

che il D.L. succitato non ha, però, detto nulla di simile, in quanto non ha fatto cenno al predetto collegamento, ma si è limitato a fissare in modo autonomo il presupposto per le future iscrizioni dell'ipoteca, indicandolo in un importo che seppure coincidente con quello minimo all'epoca previsto per l'espropriazione, non può essere per ciò solo apprezzato come indiretta dimostrazione della inesistenza di limiti per il passato;

che in applicazione del principio stabilito da C. Cass. n. 4077 del 2010, che il Collegio condivide e ribadisce, deve quindi affermarsi che bene ha fatto il giudice a quo a confermare l'annullamento dell'ipoteca perchè iscritta per un credito di appena 2.028,66 Euro;

che trattandosi di statuizione da sola sufficiente a giustificare la decisione impugnata, non occorre passare all'esame della doglianza concernente l'inapplicabilità dell'art. 50, che anche ove fondata non potrebbe giammai condurre alla cassazione della pronuncia in esame;

che non occorre nemmeno provvedere sulle spese, stante il mancato svolgimento di attività difensiva da parte della srl La Colonna.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 3 aprile 2012.

Sentenza depositata in Cancelleria il 12 aprile 2012

Estratto della sentenza:
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                  
                       SEZIONE SECONDA CIVILE                        
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: (OMISSIS)                          
ha pronunciato la seguente:                                          
                     sentenza                                        
sul ricorso proposto da: 
           M.S.,  rappresentato e  difeso,  in  virtù  di  procura 
speciale  a  margine  del ricorso, dagli Avv.  Sicchiero  Gianluca  e 
Aurelio   Gentili,   elettivamente  domiciliato   nello   studio   di 
quest'ultimo in Roma, via Po, n. 24; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
                B.G., rappresentato e difeso, in forza  di  procura 
in  calce  al  controricorso, dagli Avv. Comito Pietro  e  Nicola  Di 
Pierro, elettivamente domiciliato presso lo studio di quest'ultimo in 
Roma, via Tagliamento, n. 55; 
                                                 - controricorrente - 
avverso  la sentenza del Tribunale di Venezia, sezione distaccata  di 
Portogruaro, n. 99 del 22 maggio 2006; 
Udita  la relazione della causa svolta nell'udienza pubblica  del  13 
marzo 2012 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti; 
udito l'Avv. Nicola Di Pierro; 
udito  il  Pubblico  Ministero, in persona del Sostituto  Procuratore 
Generale  Dott.  VELARDI Maurizio, che ha concluso per l'accoglimento 
del ricorso.                 

RITENUTO IN FATTO

1. - Con ricorso in data 9 novembre 2001 al Giudice di pace di Portogruaro, B.G., proprietario di due unità immobiliari facenti parte del Condominio (OMISSIS) posto in (OMISSIS) ed ubicate al piano terra, l'una adibita allo svolgimento dell'attività di autoscuola e ad agenzia di pratiche automobilistiche e l'altra all'esercizio di attività commerciale, ha impugnato, perchè adottata in assenza del prescritto quorum e perchè contrastante con la legge, la deliberazione presa dall'assemblea condominiale in data 12 ottobre 2001 che aveva negato l'autorizzazione all'installazione di insegne pubblicitarie sulle architravi perimetrali dell'edificio soprastanti le citate unità.

Si è costituito il Condominio, eccependo l'incompetenza per materia del giudice adito e contestando nel merito la fondatezza delle pretese avversarie.

Il Giudice di pace, dopo avere dichiarato con sentenza non definitiva la propria competenza per materia a decidere la causa, con sentenza in data 7 giugno 2003 ha accolto la domanda attorea e, per l'effetto, ha annullato in parte qua la delibera impugnata ed il rifiuto dell'amministratore ad autorizzare l'installazione delle insegne, abilitando il B. ad effettuare tale installazione.

2. - Questa sentenza è stata appellata dal condomino M. S..

Il Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Portogruaro, con sentenza in data 22 maggio 2006 ha dichiarato inammissibile l'appello per carenza di legittimazione ad impugnare in capo al singolo condomino, che non è stato parte del giudizio di primo grado.

Secondo il Tribunale, nella specie non è in discussione l'esistenza del diritto dei condomini all'uso del bene comune, ma solo le modalità e facoltà di utilizzo dello stesso: venendo dunque in rilievo la gestione del servizio comune, la legittimazione ad agire, e quindi ad impugnare, spetta soltanto all'amministratore.

3. - Per la cassazione della sentenza del Tribunale il M. ha proposto ricorso, con atto notificato il 19 luglio 2006, sulla base di due motivi.

L'intimato ha resistito con controricorso, illustrato con memoria.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. - Con il primo motivo (violazione dell'art. 339 cod. proc. civ. e dell'art. 2909 cod. civ., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5) si censura che il Tribunale abbia dichiarato inammissibile l'appello sul rilievo che il giudicato formatosi sulla sentenza parziale del Giudice di pace avrebbe dimostrato che la lite riguardava un servizio condominiale. Il Tribunale non avrebbe tenuto conto che la sentenza parziale ha espressamente affermato che la competenza del giudice di pace riguardava anche i beni ed i diritti, il criterio per individuare il giudice competente essendo il valore, desumibile dalla delibera impugnata. In altri termini, il Giudice di pace si sarebbe detto competente in base al valore della delibera, tralasciando del tutto il tipo di controversia. Anche la sentenza definitiva del primo giudice aveva escluso che si vertesse in tema di servizi condominiali, trattandosi di diritti soggettivi perfetti del condomino in contrasto con quelli degli altri condomini.

Con il secondo mezzo (violazione dell'art. 339 codd. proc. civ., e degli artt. 1102, 1117, 1118 e 2909 cod. civ., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5) si sostiene che la lite relativa all'uso della cosa comune, quando ha ad oggetto l'utilizzo di un muro comune dell'immobile condominiale per affiggervi targhe o insegne, riguarda diritti soggettivi, con la conseguenza che la sentenza che la definisce può essere appellata dal condomino rimasto estraneo al giudizio di primo grado in cui è stata resa.

2. - I due motivi - i quali, stante la loro connessione, possono essere esaminati congiuntamente - sono fondati...

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