SENTENZE DIRITTO CIVILE

Sentenze diritto civile (40)

RISARCIMENTO DANNI IMMISSIONI POLVERI - RUMORE

La valutazione equitativa del risarcimento del danno deve essere giustificata e motivata dal giudice in sentenza, con una indicazione analitica degli elementi di fatto che l’hanno portato a liquidare una cifra piuttosto che un’altra. Si ricorda, in proposito, che il semplice turbamento della tranquillità familiare non assurge a un valore costituzionale protetto e quindi non può essere risarcito.

 

A parere della Corte di Cassazione, sebbene l'indagine medico legale non è indispensabile e il giudice può, nell'ambito della valutazione discrezionale al medesimo riservata, accertare il verificarsi della menomazione dell'integrità psico-fisica della persona facendo ricorso alle presunzioni e quantificare il danno in via equitativa, è pur sempre necessario che la motivazione indichi gli elementi di fatto che nel caso concreto sono stati tenuti presenti e i criteri adottati nella liquidazione equitativa, perchè altrimenti la valutazione si risolverebbe in un giudizio del tutto arbitrario, in quanto non è suscettibile di alcun controllo. (Leggi l’estratto della sentenza).

 

 

Il c.d. danno da fermo tecnico non si può riconoscere in re ipsa, per il solo fatto che un veicolo sia stato inutilizzato per un certo lasso di tempo. Tale danno deve essere provato al pari di ogni danno previsto nell’ordinamento. Come ogni danno, anche quello da fermo tecnico deve essere provato. La prova deve concernere sia il dato della inutilizzabilità del veicolo in relazione ai giorni in cui esso è stato illegittimamente sottratto alla disponibilità del proprietario, sia il dato della necessità del proprietario di servirsi del mezzo, cosicché, dalla impossibilità della sua utilizzazione, egli abbia riportato un danno, perché, ad esempio, non abbia potuto svolgere una determinata attività lavorativa ovvero abbia dovuto fare ricorso a mezzi sostitutivi (In senso conforme v. sentenza Cass. 19 novembre 1999 n. 12820 e sentenza Trib. Roma, Sez. XII, 10 settembre 2010, n. 18150).

 

  • Rilevante sentenza della Corte di Cassazione sulla responsabilità dell'ente proprietario dlla strada per una caduta (sinistro) causata dalla presenza di fango, sterpaglie e detriti sulla strada. Problema, devo dire, che si verifica troppo spesso sulle nostre strade,  a volte mal controllate dagli enti locali o dai concessionari. In punto di diritto pare opportuno sottolineare come la responsabilità per cose in custodia ex art. 2051 c.c. sia da ritenere di natura oggettiva ed è - quindi - onere del danneggiato provare il nesso di causalità tra la cosa oggetto di custodia e danno, e la prova del potere di custodia in capo all'ente convenuto. Compete, invece, al convenuto (custode) la prova liberatoria del caso fortuito caratterizzato da imprevedibilità ed eccezionalità assoluta. Imprevdibilità ed eccezionalità che nel caso di specie non sussistevano. (Su un precedente cfr. conforme Cassazione n. 24529 del 2009). Leggi l'estratto della sentenza...

Estratto sentenza della Corte di Cassazione, Sezioni Unite civili, n. 5771 del 2012.

                    
La Corte, rilevato che con ricorso del 2/10/2006 la srl La Colonna ha impugnato l'iscrizione ipotecaria effettuata su due terreni di sua proprietà in conseguenza del mancato pagamento di una cartella esattoriale per complessivi Euro 2.028,66, dovuti a titolo di contributi per opere irrigue realizzate dal Consorzio di bonifica Alli Copanello negli anni 2000/2003;

che costituitasi la E. Tr. Equitalia, il giudice adito ha pronunciato l'annullamento dell'iscrizione per violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 76, secondo il quale il concessionario non poteva procedere alla espropriazione immobiliare se l'importo del credito non superava gli ottomila Euro;

che la E. Tr. Equitalia si è gravata alla Commissione Regionale che ha, però, rigettato l'appello perchè "nessun precetto legislativo e(ra) stato adempiuto dal concessionario sia in ordine al valore indicato dall'art. 76, sia in relazione agli artt. 50 e 77", il primo dei quali stabiliva che in caso di mancato inizio dell'espropriazione entro un anno dalla consegna della cartella di pagamento, il concessionario doveva procedere alla previa notificazione di un'intimazione ad adempiere; che la E. Tr. Equitalia ha proposto ricorso per cassazione, deducendo con il primo motivo la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 2 e 19, nonchè del D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 50, 76 e 77, in quanto la Commissione Regionale non avrebbe potuto pronunciare l'annullamento dell'iscrizione ipotecaria, perchè avrebbe dovuto "limitarsi alle vicende del rapporto tributario ed alla attitudine, efficacia ed esecutività dei titoli (ad essa) sottesi... e ciò in quanto la fase di esecuzione forzata (ipotetica ed eventuale) e le correlative opposizioni ed anche le domande di riduzione o restrizione dell'ipoteca rientra(va)no nella giurisdizione e competenza della magistratura ordinaria"; che con il secondo motivo la ricorrente ha nuovamente dedotto la violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 50, 76 e 77, in quanto la Commissione Regionale non aveva considerato che decorso infruttuosamente il termine di sessanta giorni dalla consegna della cartella esattoriale, il concessionario non aveva bisogno di notificare nessuna intimazione per procedere all'iscrizione ipotecaria, che non costituiva un atto della epropriazione, ma una semplice "forma di cautela, con garanzia reale del credito erariale, cui risultava per ciò solo inapplicabile sia il limite di valore contenuto nell'art. 76 che l'obbligo preliminare previsto dall'art. 50; che la srl La Colonna non ha svolto attività difensiva; che il primo motivo è inammissibile, in quanto pronunciando l'annullamento della ipoteca, la Commissione Provinciale ha implicitamente riconosciuto di avere giurisdizione al riguardo;

che non avendo proposto appello sul punto ed essendosi perciò formato il giudicato interno su di esso, la spa E. Tr. Equitalia non può pretendere di rimetterlo nuovamente in discussione;

che a proposito del secondo motivo giova ricordare che il sistema delineato dal D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 76 e 77, è stato da taluni inteso nel senso che assolvendo anche ad un'autonoma funzione anticipatoria e cautelativa, l'ipoteca poteva essere iscritta pure per crediti che non avrebbero autorizzato il concessionario a procedere ad espropriazione forzata;

che a fronte di tale (pur plausibile) interpretazione, vi sono stati altri che hanno attribuito al combinato disposto delle predette norme il significato d'impedire l'iscrizione dell'ipoteca per importi inferiori agli ottomila Euro che, com'è noto, rappresentavano per l'agente della riscossione la soglia minima della espropriazione immobiliare; che chiamate a pronunciarsi sul punto, queste Sezioni Unite hanno privilegiato la seconda lettura, riconoscendo, nel solco della precedente giurisprudenza, che al pari del fermo di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 86, (su cui v. C. Cass. n. 2053 del 2006), anche l'ipoteca di cui all'art. 77 del medesimo decreto costituiva un atto preordinato all'espropriazione, per cui doveva necessariamente soggiacere agli stessi limiti per questa stabiliti dal precedente art. 76 (C. Cass. 22/2/2010, n. 4077);

che la ricorrente ha chiesto di rimeditare il problema, aggiungendo agli argomenti già dibattuti ulteriori considerazioni basate non soltanto sulla portata attribuita alle predette norme dalla Relazione di accompagnamento al D.Lgs. n. 46 del 1999, dal rappresentante del Governo in risposta ad un'interrogazione parlamentare e dall'Agenzia delle Entrate in due circolari, ma anche, e soprattutto, sul tenore letterale del D.L. 25 marzo 2010, n. 40, art. 3, comma 2 ter, convertito dalla L. n. 73 del 2010, che aveva si vietato d'iscrivere ipoteca per crediti minori di ottomila Euro, ma soltanto "a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione" confermando così che per il periodo pregresso non esisteva nessun limite di valore per l'iscrizione; che neppure tali considerazioni appaiono decisive, perchè quello che conta ai fini dell'interpretazione di un atto normativo non è l'intenzione del Legislatore (C. Cass. n. 2454 del 1983) o la lettura fattane da ministeri od altri enti, ma la volontà oggettiva della legge (C. Cass. n. 3550 del 1988) quale risultante dal suo dato letterale, che nel caso di specie depone, per l'appunto, nel senso della non iscrivibilità dell'ipoteca per crediti non realizzabili a mezzo di espropriazione immobiliare;

che per valere come smentita della predetta interpretazione, il D.L. n. 40 del 2010, art. 3, comma 2 ter, avrebbe dovuto stabilire il contrario e, cioè, che a partire dal momento della emanazione della legge di conversione non sarebbe più stato possibile iscrivere ipoteca per crediti non realizzabili a mezzo di espropriazione immobiliare;

che il D.L. succitato non ha, però, detto nulla di simile, in quanto non ha fatto cenno al predetto collegamento, ma si è limitato a fissare in modo autonomo il presupposto per le future iscrizioni dell'ipoteca, indicandolo in un importo che seppure coincidente con quello minimo all'epoca previsto per l'espropriazione, non può essere per ciò solo apprezzato come indiretta dimostrazione della inesistenza di limiti per il passato;

che in applicazione del principio stabilito da C. Cass. n. 4077 del 2010, che il Collegio condivide e ribadisce, deve quindi affermarsi che bene ha fatto il giudice a quo a confermare l'annullamento dell'ipoteca perchè iscritta per un credito di appena 2.028,66 Euro;

che trattandosi di statuizione da sola sufficiente a giustificare la decisione impugnata, non occorre passare all'esame della doglianza concernente l'inapplicabilità dell'art. 50, che anche ove fondata non potrebbe giammai condurre alla cassazione della pronuncia in esame;

che non occorre nemmeno provvedere sulle spese, stante il mancato svolgimento di attività difensiva da parte della srl La Colonna.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 3 aprile 2012.

Sentenza depositata in Cancelleria il 12 aprile 2012

Estratto della sentenza:
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                  
                       SEZIONE SECONDA CIVILE                        
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: (OMISSIS)                          
ha pronunciato la seguente:                                          
                     sentenza                                        
sul ricorso proposto da: 
           M.S.,  rappresentato e  difeso,  in  virtù  di  procura 
speciale  a  margine  del ricorso, dagli Avv.  Sicchiero  Gianluca  e 
Aurelio   Gentili,   elettivamente  domiciliato   nello   studio   di 
quest'ultimo in Roma, via Po, n. 24; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
                B.G., rappresentato e difeso, in forza  di  procura 
in  calce  al  controricorso, dagli Avv. Comito Pietro  e  Nicola  Di 
Pierro, elettivamente domiciliato presso lo studio di quest'ultimo in 
Roma, via Tagliamento, n. 55; 
                                                 - controricorrente - 
avverso  la sentenza del Tribunale di Venezia, sezione distaccata  di 
Portogruaro, n. 99 del 22 maggio 2006; 
Udita  la relazione della causa svolta nell'udienza pubblica  del  13 
marzo 2012 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti; 
udito l'Avv. Nicola Di Pierro; 
udito  il  Pubblico  Ministero, in persona del Sostituto  Procuratore 
Generale  Dott.  VELARDI Maurizio, che ha concluso per l'accoglimento 
del ricorso.                 

RITENUTO IN FATTO

1. - Con ricorso in data 9 novembre 2001 al Giudice di pace di Portogruaro, B.G., proprietario di due unità immobiliari facenti parte del Condominio (OMISSIS) posto in (OMISSIS) ed ubicate al piano terra, l'una adibita allo svolgimento dell'attività di autoscuola e ad agenzia di pratiche automobilistiche e l'altra all'esercizio di attività commerciale, ha impugnato, perchè adottata in assenza del prescritto quorum e perchè contrastante con la legge, la deliberazione presa dall'assemblea condominiale in data 12 ottobre 2001 che aveva negato l'autorizzazione all'installazione di insegne pubblicitarie sulle architravi perimetrali dell'edificio soprastanti le citate unità.

Si è costituito il Condominio, eccependo l'incompetenza per materia del giudice adito e contestando nel merito la fondatezza delle pretese avversarie.

Il Giudice di pace, dopo avere dichiarato con sentenza non definitiva la propria competenza per materia a decidere la causa, con sentenza in data 7 giugno 2003 ha accolto la domanda attorea e, per l'effetto, ha annullato in parte qua la delibera impugnata ed il rifiuto dell'amministratore ad autorizzare l'installazione delle insegne, abilitando il B. ad effettuare tale installazione.

2. - Questa sentenza è stata appellata dal condomino M. S..

Il Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Portogruaro, con sentenza in data 22 maggio 2006 ha dichiarato inammissibile l'appello per carenza di legittimazione ad impugnare in capo al singolo condomino, che non è stato parte del giudizio di primo grado.

Secondo il Tribunale, nella specie non è in discussione l'esistenza del diritto dei condomini all'uso del bene comune, ma solo le modalità e facoltà di utilizzo dello stesso: venendo dunque in rilievo la gestione del servizio comune, la legittimazione ad agire, e quindi ad impugnare, spetta soltanto all'amministratore.

3. - Per la cassazione della sentenza del Tribunale il M. ha proposto ricorso, con atto notificato il 19 luglio 2006, sulla base di due motivi.

L'intimato ha resistito con controricorso, illustrato con memoria.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. - Con il primo motivo (violazione dell'art. 339 cod. proc. civ. e dell'art. 2909 cod. civ., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5) si censura che il Tribunale abbia dichiarato inammissibile l'appello sul rilievo che il giudicato formatosi sulla sentenza parziale del Giudice di pace avrebbe dimostrato che la lite riguardava un servizio condominiale. Il Tribunale non avrebbe tenuto conto che la sentenza parziale ha espressamente affermato che la competenza del giudice di pace riguardava anche i beni ed i diritti, il criterio per individuare il giudice competente essendo il valore, desumibile dalla delibera impugnata. In altri termini, il Giudice di pace si sarebbe detto competente in base al valore della delibera, tralasciando del tutto il tipo di controversia. Anche la sentenza definitiva del primo giudice aveva escluso che si vertesse in tema di servizi condominiali, trattandosi di diritti soggettivi perfetti del condomino in contrasto con quelli degli altri condomini.

Con il secondo mezzo (violazione dell'art. 339 codd. proc. civ., e degli artt. 1102, 1117, 1118 e 2909 cod. civ., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5) si sostiene che la lite relativa all'uso della cosa comune, quando ha ad oggetto l'utilizzo di un muro comune dell'immobile condominiale per affiggervi targhe o insegne, riguarda diritti soggettivi, con la conseguenza che la sentenza che la definisce può essere appellata dal condomino rimasto estraneo al giudizio di primo grado in cui è stata resa.

2. - I due motivi - i quali, stante la loro connessione, possono essere esaminati congiuntamente - sono fondati...

                    LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                   
                           SEZIONE LAVORO                            
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:  (omississ)                          
ha pronunciato la seguente:                                          
                     sentenza                                        
sul ricorso 17305/2008 proposto da: 
UNICREDIT  BANCA  S.P.A.,  in persona del legale  rappresentante  pro 
tempore,  elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25-B,  presso  lo 
studio  degli avvocati PESSI ROBERTO, GENTILE GIOVANNI GIUSEPPE,  che 
la rappresentano e difendono giusta delega in atti; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
        C.M.,  elettivamente domiciliato in ROMA, VIA  DEI  GRACCHI 
123, presso lo studio dell'avvocato DETTORI RAIMONDO, rappresentato e 
difeso dall'avvocato ANGIONI ANGELO, giusta delega in atti; 
                                                 - controricorrente - 
avverso la sentenza n. 3 32/2007 della CORTE D'APPELLO SEZ. DIST.  DI 
SASSARI, depositata il 28/06/2007, r.g.n. 80/07; 
udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 
17/01/2012 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI; 
udito l'Avvocato GIOVANNI GENTILE; 
udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. 
FRESA Mario, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso. 
                 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte d'Appello di Cagliari, con la sentenza n. 332 del 28 giugno del 2007, pronunciando sull'impugnazione proposta da C. M. nei confronti della società Unicredit Banca spa, avverso la sentenza n. 277 del 2005 del Tribunale di Nuoro, la accoglieva. Pertanto, in riforma della suddetta pronuncia: dichiarava illegittimo il licenziamento intimato al C. il 19 marzo 1998 e lo annullava, ordinando la reintegrazione nel posto di lavoro; condannava la Unicredit Banca spa al risarcimento del danno nei confronti di C.M., che liquidava in misura corrispondente alla retribuzione globale di fatto, dal 19 marzo 1998 all'effettiva reintegra, detratto l'aliunde perceptum come risultante dagli atti di causa al fascicolo di ufficio del Tribunale di Nuoro, da maggiorare di interessi e rivalutazione ai sensi dell'art. 429 c.p.c.; condannava la Unicredit alla regolarizzazione della posizione contributiva ed assistenziale per le medesime date su indicate;

condannava la Unicredit al pagamento delle spese di entrambi i gradi di giudizio come liquidate.

2. Il Tribunale aveva respinto la domanda del lavoratore ritenendo legittimo il licenziamento dello stesso.

3. Ricorre per la cassazione della suddetta sentenza resa in grado di appello la società Unicredit Banca spa, formulando otto motivi di ricorso, alcuni dei quali articolati in più profili.

4. Resiste con controricorso il C..

5. Entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell'art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE…

 1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL per il personale delle aree professionali dipendente dalle Banche del 19 dicembre 1994, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; contraddittoria ed illogica motivazione della sentenza, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito alla valutazione della lesione del vincolo fiduciario dovuta alla detenzione di sostanze stupefacenti da parte di un impiegato di un Istituto di credito.

Il giudice di secondo grado, del tutto illegittimamente, avrebbe trasferito nell'ambito giusvaloristico la valutazione della "maggiore gravità" della condotta di spaccio rispetto a quella di mera detenzione di sostanze stupefacenti, ritenendo, di fatto, che l'uso di sostanze stupefacenti non possa in alcun modo rilevare ai fini della valutazione della lesione del vincolo fiduciario intercorrente tra una Banca ed un suo dipendente.

Nella valutazione della lesione del vincolo fiduciario che deve intercorrere tra una banca ed un suo impiegato di alto livello, il giudice dell'appello avrebbe violato o falsamente applicato l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 196, n. 604, art. 1, che ne fa richiamo, nonchè gli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994, dal momento che anche i fatti extralavorativi possono incidere sulla irrimediabile lesione del vincolo fiduciario, in particolare qualora si tratti di dipendenti di Istituti di credito.

Non si comprende, ad avviso della ricorrente, come il giudice dell'appello possa non avere ritenuto irrimediabilmente leso il vincolo fiduciario nei confronti di un dipendente di Banca, che, in una complessa operazione delle forze dell'ordine, è stato trovato in possesso di rilevanti quantità di diverse droghe.

Appare, poi, incongruo il "distinguo" tra il detentorc e lo spacciatore, atteso che tale distinzione è differenze sul piano penale, rispetto a quello giuslavoristico.

Il quesito di diritto è stato formulato come segue: se violi l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè gli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 19 dicembre 1994, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come fatto non costituente giusta causa di licenziamento la condotta di un dipendente di un Istituto di credito, inquadrato nella 3A area professionale, che sia stato trovato, da parte delle forze dell'ordine, in possesso di ingenti quantitativi di droga a prescindere dalla rilevanza penale dei fatti.

La motivazione dei Giudici di merito sarebbe affetta anche da vizio di illogicità e contraddittorietà.

Ai fini della valutazione della condotta del lavoratore il giudice di secondo grado ha individuato il maggiore disvalore giuridico e sociale di una condotta di spaccio rispetto a quella di mera detenzione sull'assunto in base al quale solo lo spacciatore frequenterebbe "gente diversa" e sarebbe inserito "in un ambiente ben più pericoloso" che, di certo, "può costituire una giusta causa del venir meno del rapporto fiduciario, anche tenuto conto della qualità di istituto di credito del datore di lavoro".

La motivazione della sentenza d'appello è viziata e risulta palesemente illogica e contraddittoria nella parte in cui esclude che anche il detentore di sostanze stupefacenti frequenti ambienti "pericolosi" o "gente" poco raccomandabile, proprio perchè è il detentore, appunto, che si deve -necessariamente - rivolgere allo spacciatore per potersi procurare la droga, frequentando, quindi, gli stessi ambienti ed essendo parte del medesimo "gruppo" sociale.

La frequentazione degli stessi ambienti sociale e della stessa "gente" determina necessariamente una lesione del vincolo fiduciario intercorrente tra il datore di lavoro e il prestatore soprattutto nell'ipotesi, come quella del caso di specie, in cui il lavoratore è dipendente di un Istituto di credito, rapporto di lavoro che necessita l'adozione di condotte assolutamente trasparenti e che è inconciliabile ed incompatibile con i comportamenti posti in essere dal lavoratore.

2. Con il secondo motivo d'impugnazione è prospettata violazione e falsa applicazione di norme di diritto e, in particolare, dell'art. 115 c.p.c., e dell'art. 2697 c.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La Corte d'appello ha fatto ampio ed erroneo riferimento alla figura della nozione dei fatti di comune esperienza.

Il giudice di secondo grado avrebbe, infatti, fondato la propria decisione sulla valutazione (basata su un fatto "notorio") che l'uso di hashish e di marijuana non comporterebbe assuefazione, non determinerebbe la modificazione della personalità e avrebbe un costo modesto. Ciò comporterebbe l'inesistenza di alcun pericolo per l'Istituto di credito, anche dal punto di vista della salvaguardia della immagine.

Il quesito di diritto ha il seguente tenore: se violi l'art. 115 c.p.c., comma 2, e l'art. 2697 c.c., la sentenza impugnata nella parte in cui qualifichi come fatto notorio: l'insussistenza di alcuna dipendenza derivante dall'uso di sostanze stupefacenti quali l'hashish e la marijuana;

che l'utilizzo di sostanze stupefacenti (hashish e marijuana) non modifichi la personalità dell'individuo;

che l'hashish e la marijuana hanno un costo di molto inferiore a quello di altre droghe;

che l'uso di hashish e di marijuana determinerebbe un disvalore sociale minore rispetto all'uso di altre droghe, anche con riferimento al danno all'immagine per la Banca.

3. Con il terzo motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 19 dicembre 1994, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; omessa, insufficiente e/o contraddittoria ed illogica motivazione della sentenza, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito alla valutazione della Corte d'Appello relativa alla mancata modificazione della personalità dell'individuo in caso di utilizzo di sostanze stupefacenti quali l'hashish e la marijuana e sul mancato danno all'immagine in capo alla Banca in caso di utilizzo da parte di un suo dipendente di droghe c.d. leggere.

Il quesito di diritto ha il seguente contenuto: se violi l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 196, n. 604, art. 1, nonchè gli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come fatto non costituente la giusta causa di licenziamento la condotta di un dipendente di un Istituto di credito che utilizzi sostanze stupefanti "leggere", specie allorchè di tale uso venga data pubblicità attraverso gli organi di stampa, determinando un grave danno, quantomeno d'immagine, per la Banca.

Tale punto della sentenza sarebbe, altresì, affetto da vizio di omessa, insufficiente e/o contraddittoria oltre che illogica motivazione, con riferimento all'affermazione secondo cui l'uso di droghe c.d. leggere non determinerebbe una modificazione dello stato sensoriale dell'individuo, e nella parte in cui rileva che l'utilizzo di tali sostanze stupefacenti non avrebbe provocato alcun danno alla Banca datrice di lavoro.

4. Con la quarta censura è prospettata omessa, illogica e contraddittoria motivazione della sentenza sul punto relativo alla valutazione di abitualità del consumo di droghe e di tossicodipendenza del resistente C., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La motivazione del Giudice d' Appello sarebbe viziata e risulterebbe omissiva, insufficiente e/o contraddittoria ed illogica nella parte in cui afferma che "presuntivamente" il lavoratore non doveva essere ritenuto un abituale consumatore di sostanze stupefacenti leggere e/o pesanti.

5. Con il quinto motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; contraddittoria ed illogica motivazione della sentenza ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito alla comparazione tra il consumo di sostanze stupefacenti e l'uso di alcool.

Il quesito di diritto ha il seguente tenore: se violi l'art. 2119 c.c., la L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, e gli artt. 122 e 124 del richiamato CCNL del 19 dicembre 1994, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come fatto non costituente giusta causa di licenziamento la condotta di un dipendente di un Istituto di credito che sia stato trovato da parte delle forze dell'ordine in possesso di ingenti quantitativi di droga, erroneamente equiparandola, sotto il profilo della gravità, alla condotta del dipendente che abbia acquistato un ingente quantitativo di sostanze alcoliche.

Sul punto, la sentenza d'appello è affetta anche da un ulteriore vizio di contraddittorietà della motivazione.

La motivazione dei Giudici di Appello sarebbe viziata e contraddittoria nella parte in cui parifica la condotta del dipendente di un Istituto di credito che si "ubriachi" a quella di un lavoratore di una banca che faccia uso di sostanze stupefacenti quali hashish e marijuana, ritenendo, di conseguenza, essa condotta insufficiente a rappresentare giusta causa di licenziamento.

6. Con il sesto motivo d'impugnazione è rilevata contraddittorietà e illogicità della motivazione della sentenza sul punto relativo al convincimento giudiziale che la condotta del lavoratore sarebbe stata legittimante il licenziamento solo se lo stesso dipendente avesse svolto attività lavorativa di cassiere o di addetto ai rapporti con la clientela, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

In ogni caso, la motivazione è illogica e contraddittoria in quanto, nell'esprimere tale convincimento, il giudice di secondo grado ha ritenuto che il lavoratore non potesse svolgere le mansioni suddette (rapporti con clienti e/o maneggio denaro) per il livello inquadramentale di appartenenza, mentre, proprio per in ragione di detto livello (3A area professionale, 1 livello), lo stesso aveva (o poteva avere) rapporti con la clientela e gestire direttamente denari.

7. Con il settimo motivo di impugnazione si prospetta violazione o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè degli artt. 122 e 124 del CCNL di settore del 1994; nonchè violazione o falsa applicazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7, dell'art. 2103 c.c., degli artt. 110 e 122 del suddetto CCNL, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, contraddittorietà e illogicità della motivazione della sentenza, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in merito al giudizio di proporzionalità tra condotta e sanzione irrogata, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Il quesito di diritto ha il seguente oggetto: se violi l'art. 2119 c.c., e la L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 1, nonchè gli artt. 122 e 124 dell'indicato CCNL, e ancora se violi la L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7, l'art. 2103 c.c., gli artt. 110 e 122 del medesimo CCNL, la sentenza impugnata nella parte in cui qualifica come non proporzionato il licenziamento irrogato nei confronti di un dipendente di un Istituto di credito che sia stato trovato in possesso di rilevati quantitativi di droghe, ritenendo, fra l'altro, e decisivamente, non realizzatosi un danno all'immagine per la Banca ricorrente, ed affermando che tale danno sarebbe stato comunque ovviabile per mezzo del trasferimento del dipendente.

L'erroneità della valutazione compiuta dalla Corte d'Appello in merito all'assenza di un danno a carico della Banca, per l'asserita mancanza di pubblicità negativa derivante dalla condotta posta in essere dal lavoratore, come l'incongruità e illegittimità della "soluzione" proposta dalla Corte medesima (trasferimento disciplinare), viziano altresì la motivazione della sentenza, che risulta altresì illogica e contraddittoria su un punto decisivo, rappresentato dalla proporzionalità (o meno) del licenziamento.

8. Con l'ultimo motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione dell'art. 1227 c.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Il quesito di diritto è così articolato: se violi l'art. 1227 c.c., la sentenza impugnata nella parte in cui ritiene non rilevante, ai fini della quantificazione del danno conseguente ad un illegittimo licenziamento, il fatto che il dipendente abbia atteso, dalla data del recesso datoriale, un lasso di tempo di circa cinque anni per avviare la tutela giudiziaria.

9. I suddetti motivi di impugnazione devono essere trattati congiuntamente, in quanto gli stessi sono connessi poichè, tutte le pur varie censure, con gli stessi prospettate, vertono sulla motivazione in base alla quale il giudice di appello ha ritenuto il licenziamento intimato illegittimo, per non essere commisurata detta sanzione alla condotta del lavoratore. I motivi di ricorso sono fondati.

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