SENTENZE DIRITTO CIVILE

Sentenze diritto civile (40)

Sentenza Corte di Cassazione Civile del 9/3/2012 n. 3756 (sez. terza civile)

Rifiuti – TIA –  IVA

 Svolgimento del processo

Ascit servizi ambientali s.p.a., gerente il servizio di smaltimento del comune di Capannori, ha proposto ricorso per cassazione, sorretto da due motivi e illustrato anche da memoria, nei confronti della sentenza della commissione tributaria regionale della Toscana n. 38/18/2010. Questa sentenza, in parziale riforma della decisione della commissione tributaria provinciale di Lucca resa su ricorso della società Europorta di Paoletti Ansano e Musetti Pietro avverso distinti avvisi di accertamento relativi alla tariffa di igiene ambientale (c.d. tia), ha dichiarato: (i) non soggetti alla quota variabile della tariffa medesima i locali ritenuti produttivi di rifiuti speciali; (ii) comunque non soggetti a iva tutti gli importi pretesi dal gestore; (iii) carente di legittimazione passiva il comune di Capannori. La contribuente non ha svolto difese.

Motivi della decisione

Sentenza Corte di Cassazione Sezioni unite civili 28/1/2011 n. 2064

Rimborso-Tariffa di igiene ambientale (TIA) - Imposta sul valore aggiunto (IVA) - Competenza Giudice ordinario

 

FATTO

Il sig. G.B. ha proposto ricorso dinanzi al giudice di Pace di Venezia perchè ingiungesse alla V.. S.p.a. la restituzione, in suo favore, della somma indebitamente corrisposta a titolo di IVA, in occasione del pagamento della Tariffa di Igiene Ambientale (TIA).

Il B. sostiene che la natura di obbligazione tributaria della TIA, riconosciuta dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 238 del 2009, esclude che il pagamento di tale tributo possa essere gravato da altro tributo.

Lo stesso B. ricorre oggi dinanzi a queste SS.UU., ai sensi dell’art. 41 c.p.c., e chiede che venga risolta preventivamente la questione di giurisdizione, difendendo la scelta operata a favore del giudice ordinario.

La V.. S.p.a. resiste con controricorso ed eccepisce che, trattandosi di un rimborso di imposta (iva nella specie), la giurisdizione appartiene al giudice tributario.
Entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c.. Il P.G. ha concluso come in atti.

DIRITTO

Ritiene il Collegio che la controversia debba essere giudicata dal giudice ordinario.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è motivo di discostarsi, “In tema di IVA, spetta al giudice ordinario la giurisdizione in ordine alla domanda proposta dal consumatore finale nei confronti del professionista o dell’imprenditore che abbia effettuato la cessione del bene o la prestazione del servizio per ottenere la restituzione delle maggiori somme addebitategli in via di rivalsa per effetto dell’applicazione di un’aliquota asseritamente superiore a quella prevista dalla legge: poichè, infatti, soggetto passivo dell’imposta è esclusivamente colui che effettua la cessione di beni o la prestazione di servizi, la controversia in questione non ha ad oggetto un rapporto tributario tra contribuente ed Amministrazione finanziaria, ma un rapporto di natura privatistica tra soggetti privati, che comporta un mero accertamento incidentale in ordine all’ammontare dell’imposta applicata in misura contestata”(Sentenza Cass. SS.UU. n.2775/2007; cass. nn. 6632/2003, 1147/2000).

Il principio resta valido anche quando, come nella specie, il debito iva venga totalmente contestato. Si. tratta, in ogni caso, di una controversia tra privati, alla quale “resta estraneo l’esercizio del potere impositivo sussumibile nello schema potestà - soggezione, proprio del rapporto tributario” (Cass. SS.UU. n. 15031/2009). Nè rileva la circostanza che il giudizio sulla richiesta di rimborso dell’iva implichi la necessità di accertare se l’imposta fosse dovuta e quale sia la natura dell’obbligo di pagare la TIA. Infatti, nelle controversie tra privati, che abbiano ad oggetto la richiesta di rimborso di una imposta che si assume essere stata indebitamente pretesa dalla controparte (non identificabile in uno dei soggetti di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 10), il giudice ordinario competente ha sempre il potere “di sindacare in via incidentale la legittimità dell’atto impositivo ove sia presupposto e di disapplicarlo, ovvero di disporre la sospensione del giudizio, ai sensi dell’art. 295 c.p.c., in caso di contemporanea pendenza del giudizio tributario” (Sentenza Cass. SS.UU. 15032/2009).
Questa Corte ha già avuto modo di chiarire che le controversie relative all’indebito pagamento dei tributi seguono la regola della devoluzione alla giurisdizione speciale del giudice tributario soltanto quando si debba impugnare uno degli atti previsti dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, e, di conseguenza, il convenuto in senso formale sia uno dei soggetti indicati nell'art. 10, D.Lgs. n. 546 del 1992. Quando la controversia si svolga tra due soggetti privati in assenza di un provvedimento che sia impugnabile soltanto dinanzi al giudice tributario, il giudice ordinario si riappropria della giurisdizione e non rileva che la composizione della lite debba passare attraverso la interpretazione di una norma tributaria. L’odierna controversia ha ad oggetto la legittimità del diritto di rivalsa esercitato dalla V.. s.p.a. “il fatto che il diritto alla rivalsa sia previsto da una norma tributaria non trasforma il rapporto tra soggetti privati in un rapporto tributario, di tipo pubblicistico, che implica invece l’esercizio del potere impositivo nell’ambito di un rapporto sussumibile allo schema potestà - soggezione” (Sentenza Cass. n. 15031/2009). In definitiva, “Se manca un soggetto investito di potestas impositiva intesa in senso lato manca anche il rapporto tributario, cosi come se manca un provvedimento che sia espressione di tale potere non si configura la speciale lite tributaria che, per definizione, nasce dal contrasto rispetto ad una concreta ed autoritativa pretesa impositiva” (Sentenza cit.).

Il Collegio non ignora che con ordinanza n. 18721/2010, la quinta sezione civile di questa Corte ha rimesso al giudizio della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ai sensi degli artt. 267 del Trattato istitutivo dell’Unione e art. 295 c.p.c., la questione della compatibilità del disallineamento dei termini entro i quali il consumatore finale ed il soggetto iva possono agire per ottenere il rimborso: termine decennale per il primo e biennale per il secondo, con la conseguenza che quest’ultimo resta definitivamente inciso ove il primo agisca per il rimborso dopo il biennio, violando i principi di effettività, di non discriminazione e di neutralità fiscale.
Ritiene il Collegio che non sia necessario sospendere l’odierno giudizio in attesa della decisione della CGUE.

Infatti, la soluzione della questione pregiudiziale sollevata dinanzi al giudice comunitario, pur potendo involgere profili processuali, non può determinare un ampliamento dei limiti delle giurisdizioni speciali, fissati in maniera inderogabile dalla Costituzione. Su tali limiti, quando non sorga un problema di incostituzionalità, la competenza a decidere in via esclusiva appartiene a questo Collegio.
Conseguentemente, va dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario. Le spese di questo giudizio vanno compensate, tenuto conto delle oscillazioni giurisprudenziali registrate prima della formazione della recente giurisprudenza applicata nella specie.

P.Q.M.

La Corte dichiara la giurisdizione del giudice ordinario e compensa le spese.

 

Con la sentenza in oggetto la Cassazione si esprime sulla responsabilità del lavoratore in caso di evento dannoso.
In particolare afferma che è onere del datore di lavoro provare la colpa del lavoratore per mancata diligenza.
Ecco la sentenza per esteso:
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE - SEZIONE LAVORO ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso 21472/2010 proposto da: AUTOLINEE CAPPONI S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BOCCA DI LEONE 78 (STUDIO LEGALE BDL), presso lo studio dell'avvocato CINELLI Maurizio, che la rappresenta e difende, giusta delega in atti; - ricorrente - contro C.P.; - intimato - Nonchè da: C.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A. BAIAMONTI 10, presso lo studio dell'avvocato SANTORO ROSA PATRIZIA, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato DE CONO MARIA, giusta delega in atti; - controricorrente e ricorrente incidentale - contro AUTOLINEE CAPPONI S.R.L.; - intimata - avverso la sentenza n. 270/2010 della CORTE D'APPELLO di ANCONA, depositata il 03/06/2010 R.G.N. 884/2007; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/02/2012 dal Consigliere Dott. GIULIO MAISANO; udito l'Avvocato CARLO ALBERTO NICOLINI per delega CINELLI MAURIZIO; udito l'Avvocato SANTORO ROSA PATRIZIA; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.
 Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza del 3 giugno 2010 la Corte d'Appello di Ancona, giudicando in sede di rinvio a seguito di sentenza di annullamento del 23 agosto 2006 della Corte di Cassazione di una precedente sentenza del Tribunale di Urbino che aveva a sua volta deciso in sede di rinvio a seguito della cassazione di altra sentenza di appello del Tribunale di Pesare, ha confermato la sentenza del Pretore di Pesaro che, per quanto rileva in questa sede, ha rigettato la domanda riconvenzionale proposta dalla Autolinee Capponi s.r.l. nei confronti del proprio dipendente C.P. intesa ad ottenere il risarcimento del danno cagionato per la sua negligente condotta di guida ad un autobus di proprietà di detta società. La Corte territoriale ha motivato tale decisione negando valore probatorio, in assenza di altre utili emergenze, al verbale di contravvenzione elevato a carico del lavoratore e con il quale si da atto che il C. aveva percorso un tratto di strada semicurva con forte discesa ad una velocità non commisurata a tali condizioni della strada. La Corte territoriale ha richiamato la giurisprudenza di legittimità secondo cui il verbale emesso da pubblico ufficiale fa fede fino a querela di falso solo riguardo alla sua provenienza e, quanto al suo contenuto, per quanto riguarda le dichiarazioni ed i fatti avvenuti in presenza del pubblico ufficiale stesso. Nel caso in esame la ricostruzione dell'incidente è il frutto di una ricostruzione induttiva del verbalizzante operata sulla base di rilevi a suo tempo effettuati, non avendo egli assistito alla dinamica dell'incidente. La Corte d'Appello di Ancona ha escluso di poter ricorrere a presunzioni che, nel caso in esame, si tradurrebbero in una petizione di principio potendosi fare riferimento solo a un parametro meramente possibilistico. La stessa Corte d'Appello ha poi disposto la compensazione fra le parti delle spese di tutti i gradi di giudizio successivi al primo considerando il lungo tempo trascorso che ha inciso sulla fruttuosità dell'istruttoria.
La Autolinee Capponi s.r.l. propone ricorso per cassazione avverso tale sentenza articolandolo su due motivi.
Resiste con controricorso il C. che propone ricorso incidentale.
Il C. ha depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
                    LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                   
                       SEZIONE SECONDA CIVILE                        

 

ha pronunciato la seguente:                                          
                     sentenza                                        
sul ricorso 14197-2006 proposto da: 
              S.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in 
ROMA,  VIA  DELLA GIULIANA 9, presso lo studio dell'avvocato  MORRONE 
VITTORIO, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato  RICCI 
ROBERTO; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
      Z.E. (OMISSIS), FLLI MELANDRI DI BERTI CLEMENTE &  C 
SAS  (OMISSIS),  elettivamente domiciliati in  ROMA,  VLE  GIULIO 
CESARE   183,   presso  lo  studio  dell'avvocato  LUCANTONI   MARTA, 
rappresentati e difesi dall'avvocato TASSELLI GIANCARLO; 
                                                 - controricorrenti - 
avverso  la  sentenza n. 1175/2005 della CORTE D'APPELLO di  BOLOGNA, 
depositata il 25/10/2005; 
udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 
12/01/2012 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI; 
udito  l'Avvocato LUCANTONI Marta, con delega depositata  in  udienza 
dell'Avvocato  TASSELLI Gianfranco, difensore del resistente  che  ha 
chiesto il rigetto; 
udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. 
CAPASSO Lucio che ha concluso per il rigetto del ricorso. 
                 

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

L'officina Fratelli Melando ed Z.E., quale socio della stessa officina, con atto di citazione del 17 febbraio del 2003, proponevano appello avverso la sentenza n. 1402 del 2003 con la quale, il Tribunale di Ravenna, accogliendo la domanda di S., annullava il contratto di compravendita intercorso tra S. e l'officina fratelli Melandri, avente ad oggetto un'autovettura usata Opel Astra, per il prezzo di lire 25.000.000, oltre il valore del veicolo dato in permuta dall'acquirente.

 

S.G. aveva chiesto al Tribunale di Ravenna (intervenuto in sostituzione del Pretore, in conseguenza della soppressione della Pretura) l'annullamento del contratto di compravendita di cui si dice per dolo del venditore.

 

Si costituivano l'Officina fratelli Melandri ed Z.E., eccependo di non aver mai taciuto o mentito sulla provenienza dell'auto, di aver consegnato l'originale della carta di circolazione pochi giorni dopo l'acquisto; negavano di avere manomesso il contachilometri e che il veicolo era stato venduto in ottimo stato d'uso e al prezzo suggerito dalle riviste specializzate. Chiedevano che la domanda venisse rigettata e, in via riconvenzionale, che il S. fosse condannato al risarcimento danni per lite temeraria.

 

La Corte di appello di Bologna, con sentenza n. 1175 del 2005, accoglieva l'appello e riformava totalmente la sentenza del Tribunale di Ravenna.

 

Secondo la Corte bolognese, il concreto svolgimento dei fatti (consegna dopo pochi giorni dell'acquisto dell'originale carta di circolazione da cui risultava l'identità del precedente proprietario, che il S., molti mesi dopo l'acquisto del veicolo, si limitò a contestare l'esistenza dell'alterazione del contachilometri senza fare alcuna menzione della menzogna dello Z. sull'identità del proprietario del veicolo) escludeva l'esistenza del raggiro. A sua volta, la prova testimoniale e i documenti acquisiti dimostravano che l'alterazione del contachilometri non fosse imputabile ai convenuti. E di più, il S. aveva sottoscritto una dichiarazione nella quale affermava di aver visitato e di aver trovato l'automobile in perfetto ordine e funzionamento e in tutto conforme a quanto convenuto.

 

La cassazione della sentenza della Corte di Appello di Bologna è stata chiesta da S. per due motivi, illustrato da memoria.

 

La società fratelli Melandri di Berti Clemente e C. sas, e Z. E. hanno resistito con controricorso.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

 Licenziamento disciplinare per la timbratura del budge e assenza dal luogo di lavoro 

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Napoli, confermando la sentenza di primo grado, rigettava la domanda proposta da (...) e (...) proposta nei confronti della società (...) avente ad oggetto l'impugnativa del licenziamento disciplinare loro intimato, in data 11 dicembre 2001, dalla predetta società in ragione della timbratura in uscita del badge ad opera del (...) anche per il (...) e la (...) non presenti in azienda.

La Corte partenopea accertava, sulla base delle dichiarazioni -ritenute circostanziate puntuali e concordanti- rese dai testi (...) e (...) ed il (...) il giorno 27 novembre 2011 il (...) ed il (...) benché risultanti regolarmente al lavoro sino alle ore 16,45, ora in cui il (...) timbrò in uscita i loro cartellini marcatempo, in realtà erano stati di fatto assenti dallo stabilimento per l'intera giornata lavorativa, così come asserito nelle lettere di contestazioni. Tanto, sottolineava la Corte territoriale, doveva asserirsi per la maggiore attendibilità delle dichiarazioni testi rispetto a quelle del (...) e (...) anche perché le modalità temporali riferite da costoro, secondo cui nella giornata del 27 novembre 2011 avrebbero visto in azienda il (...) ed il (...) erano in conflitto con le versioni fornite sul punto da questi ultimi e contrastanti tra loro.

Rilevava, poi, la Corte del merito che anche per l'addebito relativo alla giornata del 26 novembre 2011 sussistevano, in base alla deposizione del teste (...) gravi precisi e concordanti elementi atti a provarne la sussistenza.

Stante secondo la Corte territoriale, l'assenza del (...) e (...) dal posto di lavoro per l'intera giornata del 27 novembre 2011 conseguiva che la condotta posta in essere dai lavoratori ricorrenti in tale giorno fu frutto di un preventivo accordo diretto a far risultare fittiziamente ottemperato l'obbligo di regolare presenza sul posto di lavoro dei due nominati dipendenti.

Pertanto, rimarcava la Corte napoletana, la condotta contestata appariva connotata da un elemento particolarmente intenso e fraudolento che implicava la violazione di fondamentali doveri scaturenti dal rapporto di lavoro subordinato, espressamente ribaditi anche dall'art. 18 del CCNL.

Tenuto conto, poi, concludeva la Corte del merito, che la condotta contestata era stata posta in essere anche il giorno precedente non vi erano dubbi circa l'idoneità della stessa a ledere la fiducia dell'Azienda nella futura correttezza dell'adempimento della prestazione lavorativa.

Tale conclusione, a parere dei giudici di appello, trovava conforto altresì nelle norme del codice disciplinare e in quelle del CCNL che prevedevano il licenziamento senza preavviso di fatti che costituiscono delitto a termine di legge, come appunto l'illecito ascritto ai ricorrenti idoneo ad integrare gli estremi della fattispecie di cui all'art. 640 cp.

Avverso questa sentenza i lavoratori in epigrafe ricorrono in cassazione sulla base di due censure.

Resiste con controricorso la società intimata che, in via preliminare, eccepisce l'inammissibilità del ricorso per violazione dell'art. 366 bis cpc.

Motivi della decisione..

Con la sentenza in epigrafe la Terza Sezione Civile ha affermato che, in ipotesi di fatto illecito costituito dall’uccisione del congiunto, con riguardo a soggetti estranei all’ambito del ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora), perché possano ritenersi risarcibili il danno non patrimoniale per lesione del rapporto parentale, nonché il danno patrimoniale correlato al venir meno di prestazioni in denaro o di altre provvidenze comportanti un'utilità economica, spontaneamente erogate in vita dal parente deceduto, è necessario che preesistesse tra i congiunti una situazione di effettiva convivenza.

Sentenza 16 marzo 2012, n. 4253

(Sentenza: Sezione Terza Civile, Presidente F. Trifone, Relatore G. Carluccio)

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