SENTENZE DIRITTO CIVILE
Avv. Giuseppe Maniglia

MASSIMA:

A norma dell’art. 139, c.p.c. non è necessario che la consegna dell’atto sia effettuata a persona convivente. È sufficiente, bensì, la consegna “a persona di famiglia”, presumendosi che la persona di famiglia consegnerà l’atto al destinatario, sul quale grava l’onere di provare il carattere casuale della presenza della persona che ha ricevuto l’atto nella propria abitazione.

 Ecco l'ordinanza: 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE              
                         SEZIONE TRIBUTARIA                          
Composta dai Magistrati:(Omissis)                            
ha pronunciato la seguente:                                          
                     ordinanza                                       
sul ricorso proposto da: 
D.M.L., elett.te dom.to in Roma, alla via T. Lucrezio  Caro 
67,  presso  lo  studio  Schipani rapp.to e  difeso  dall'avv.  RUSSO 
PASQUALE, giusta procura in atti; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
Agenzia  delle  Entrate, in persona del legale rapp.te  pro  tempore, 
domiciliata  in  Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso  l'AVVOCATURA 
GENERALE DELLO STATO che lo rappresenta e difende per legge; 
                                                 - controricorrente - 
per   la  cassazione  della  sentenza  della  Commissione  Tributaria 
Regionale della Campania n. 214/9/2009 depositata il 23/9/2009; 
Udita  la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio  del 
giorno 6/3/2012 dal Dott. Marcello Iacobellis; 
Udite  le  richieste  del P.M., in persona del Sostituto  Procuratore 
Generale, Dott. VELARDI. 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La controversia promossa da D.M.L. contro l'Agenzia delle Entrate è stata definita con la decisione in epigrafe, recante il parziale rigetto dell'appello proposto dal contribuente contro la sentenza della CTP di Salerno n. 477/1/2006 che aveva accolto il ricorso del contribuente avverso le cartelle di pagamento n. (OMISSIS) per iva, irpef e irap relative agli anni 1999- 2002.

Il ricorso proposto si articola in tre motivi. Resiste con controricorso l'Agenzia delle Entrate. Il relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c. Il presidente ha fissato l'udienza del 6/3/2012 per l'adunanza della Corte in Camera di Consiglio. Il P.G. ha concluso aderendo alla relazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con primo motivo (con cui deduce: violazione dell'art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5, nullità della sentenza per assoluta carenza di motivazione) il ricorrente assume la nullità della sentenza che evidenzierebbe una "mera adesione acritica alla tesi prospettata dall'appellante, senza nessuna considerazione dei punti decisivi della controversia prospettati dalla parte appellata".

La censura è inammissibile per difetto di autosufficienza nella parte in cui si lamenta la mancata considerazione dei punti decisivi prospettati da parte appellata stante la mancata trascrizione della comparsa di costituzione; infondata nel resto e la censura essendo possibile dalla lettura della sentenza l'individuazione del thema decidendum e delle ragioni che stanno a fondamento del dispositivo (cfr. Cass. nn. 5951/2003, 13990/2003, 2711/1990, 5101/1999, 3282/1999, 1944/2001).

Con secondo motivo (con cui deduce violazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4) il ricorrente assume la nullità della sentenza in quanto la CTR avrebbe omesso di pronunciarsi in ordine alla eccezione di inammissibilità dell'appello formulata dal contribuente.

A riguardo questa Corte osserva che la CTR, pur dando atto nello "svolgimento del processo" che il D.M. "evidenziava la violazione dell'art. 329 c.p.c., relativamente alla improponibilità dell'appello per aver operato l'Ufficio lo sgravio dell'iscrizione a ruolo", non ha adottato alcuna determinazione a riguardo. Alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo come costituzionalizzato nell'art. 111 Cost., comma 2, nonchè di una lettura costituzionalmente orientata dell'attuale art. 384 c.p.c., si ritiene di poter esaminare la doglianza in quanto la questione di diritto posta con il suddetto motivo è infondata (determinando l'inutilità di un ritorno della causa in fase di merito) (Sez. 2, Sentenza n. 2313 del 01/02/2010). Ed infatti "L'acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell'impugnazione ai sensi dell'art. 329 c.p.c., consiste nell'accettazione della sentenza, ovverosia nella manifestazione da parte del soccombente della volontà di non impugnare, la quale può avvenire sia in forma espressa che tacita: in quest'ultimo caso, l'acquiescenza può ritenersi sussistente soltanto quando l'interessato abbia posto in essere atti da quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia, e cioè gli atti stessi siano assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell'impugnazione. Ne consegue che la spontanea esecuzione della pronunzia di primo grado favorevole al contribuente da parte della P.A., anche quando la riserva d'impugnazione non venga dalla medesima a quest'ultimo resa nota, non comporta acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell'impugnazione ai sensi del combinato disposto di cui all'art. 329 c.p.c., e D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 49, trattandosi di un comportamento che può risultare fondato anche sulla mera volontà di evitare le eventuali ulteriori spese di precetto e dei successivi atti di esecuzione" (Sentenza n. 24547 del 20/11/2009 ;Sez. 5, Sentenza n. 2826 del 07/02/2008).

Con terzo motivo (con cui deduce violazione degli artt. 149 e 160, e del L. n. 890 del 1992, artt. 7 e 8, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè difetto di motivazione) il ricorrente assume che la CTR avrebbe violato tali disposizioni nel ritenere valida la notifica degli avvisi compiuta nei confronti di persona dichiaratasi incaricata.

La censura è infondata. La CTR ha ritenuto rituale la notifica degli atti effettuata "per il tramite della Sig.ra D.M.C. sulla base della sola appartenenza della stessa al gruppo familiare del contribuente, quale requisito sufficiente a renderla idonea al ricevimento degli atti... anche in sede di ritiro delle raccomandate all'Ufficio Postale. Tale pronuncia risulta conforme ai principi affermati da questa Corte (Sez. 6 - L, Ordinanza n. 21362 del 15/10/2010; Sentenza n. 23368 del 30/10/2006) secondo cui In tema di notificazioni, la consegna dell'atto da notificare "a persona di famiglia", secondo il disposto dell'art. 139 c.p.c., non postula necessariamente nè il solo rapporto di parentela - cui è da ritenersi equiparato quello di affinità - nè l'ulteriore requisito della convivenza del familiare con il destinatario dell'atto, non espressamente menzionato dalla norma, risultando, all'uopo, sufficiente l'esistenza di un vincolo di parentela o di affinità che giustifichi la presunzione che la "persona di famiglia" consegnerà l'atto al destinatario stesso; resta, in ogni caso, a carico di colui che assume di non aver ricevuto l'atto l'onere di provare il carattere del tutto occasionale della presenza del consegnatario in casa propria, senza che a tal fine rilevino le sole certificazioni anagrafìche del familiare medesimo.

Consegue da quanto sopra il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente alla rifusione, in favore dell'Amministrazione Finanziaria, delle spese del grado che si liquidano in complessivi Euro 2.500,00, oltre spese prenotate a debito.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione, in favore dell'Amministrazione Finanziaria, delle spese del grado che si liquidano in complessivi Euro 2.500,00,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 6 marzo 2012.

Depositato in Cancelleria il 11 aprile 2012

 

 

A norma dell’art. 139, c.p.c. non è necessario che la consegna dell’atto sia effettuata a persona convivente. È sufficiente, bensì, la consegna “a persona di famiglia”, presumendosi che la persona di famiglia consegnerà l’atto al destinatario, sul quale grava l’onere di provare il carattere casuale della presenza della persona che ha ricevuto l’atto nella propria abitazione.

 Ecco l'ordinanza: 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE              
                         SEZIONE TRIBUTARIA                          
Composta dai Magistrati:(Omissis)                            
ha pronunciato la seguente:                                          
                     ordinanza                                       
sul ricorso proposto da: 
D.M.L., elett.te dom.to in Roma, alla via T. Lucrezio  Caro 
67,  presso  lo  studio  Schipani rapp.to e  difeso  dall'avv.  RUSSO 
PASQUALE, giusta procura in atti; 
                                                       - ricorrente - 
                               contro 
Agenzia  delle  Entrate, in persona del legale rapp.te  pro  tempore, 
domiciliata  in  Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso  l'AVVOCATURA 
GENERALE DELLO STATO che lo rappresenta e difende per legge; 
                                                 - controricorrente - 
per   la  cassazione  della  sentenza  della  Commissione  Tributaria 
Regionale della Campania n. 214/9/2009 depositata il 23/9/2009; 
Udita  la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio  del 
giorno 6/3/2012 dal Dott. Marcello Iacobellis; 
Udite  le  richieste  del P.M., in persona del Sostituto  Procuratore 
Generale, Dott. VELARDI. 
                 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La controversia promossa da D.M.L. contro l'Agenzia delle Entrate è stata definita con la decisione in epigrafe, recante il parziale rigetto dell'appello proposto dal contribuente contro la sentenza della CTP di Salerno n. 477/1/2006 che aveva accolto il ricorso del contribuente avverso le cartelle di pagamento n. (OMISSIS) per iva, irpef e irap relative agli anni 1999- 2002.

Il ricorso proposto si articola in tre motivi. Resiste con controricorso l'Agenzia delle Entrate. Il relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c. Il presidente ha fissato l'udienza del 6/3/2012 per l'adunanza della Corte in Camera di Consiglio. Il P.G. ha concluso aderendo alla relazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con primo motivo (con cui deduce: violazione dell'art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5, nullità della sentenza per assoluta carenza di motivazione) il ricorrente assume la nullità della sentenza che evidenzierebbe una "mera adesione acritica alla tesi prospettata dall'appellante, senza nessuna considerazione dei punti decisivi della controversia prospettati dalla parte appellata".

La censura è inammissibile per difetto di autosufficienza nella parte in cui si lamenta la mancata considerazione dei punti decisivi prospettati da parte appellata stante la mancata trascrizione della comparsa di costituzione; infondata nel resto e la censura essendo possibile dalla lettura della sentenza l'individuazione del thema decidendum e delle ragioni che stanno a fondamento del dispositivo (cfr. Cass. nn. 5951/2003, 13990/2003, 2711/1990, 5101/1999, 3282/1999, 1944/2001).

Con secondo motivo (con cui deduce violazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4) il ricorrente assume la nullità della sentenza in quanto la CTR avrebbe omesso di pronunciarsi in ordine alla eccezione di inammissibilità dell'appello formulata dal contribuente.

A riguardo questa Corte osserva che la CTR, pur dando atto nello "svolgimento del processo" che il D.M. "evidenziava la violazione dell'art. 329 c.p.c., relativamente alla improponibilità dell'appello per aver operato l'Ufficio lo sgravio dell'iscrizione a ruolo", non ha adottato alcuna determinazione a riguardo. Alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo come costituzionalizzato nell'art. 111 Cost., comma 2, nonchè di una lettura costituzionalmente orientata dell'attuale art. 384 c.p.c., si ritiene di poter esaminare la doglianza in quanto la questione di diritto posta con il suddetto motivo è infondata (determinando l'inutilità di un ritorno della causa in fase di merito) (Sez. 2, Sentenza n. 2313 del 01/02/2010). Ed infatti "L'acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell'impugnazione ai sensi dell'art. 329 c.p.c., consiste nell'accettazione della sentenza, ovverosia nella manifestazione da parte del soccombente della volontà di non impugnare, la quale può avvenire sia in forma espressa che tacita: in quest'ultimo caso, l'acquiescenza può ritenersi sussistente soltanto quando l'interessato abbia posto in essere atti da quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia, e cioè gli atti stessi siano assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell'impugnazione. Ne consegue che la spontanea esecuzione della pronunzia di primo grado favorevole al contribuente da parte della P.A., anche quando la riserva d'impugnazione non venga dalla medesima a quest'ultimo resa nota, non comporta acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell'impugnazione ai sensi del combinato disposto di cui all'art. 329 c.p.c., e D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 49, trattandosi di un comportamento che può risultare fondato anche sulla mera volontà di evitare le eventuali ulteriori spese di precetto e dei successivi atti di esecuzione" (Sentenza n. 24547 del 20/11/2009 ;Sez. 5, Sentenza n. 2826 del 07/02/2008).

Con terzo motivo (con cui deduce violazione degli artt. 149 e 160, e del L. n. 890 del 1992, artt. 7 e 8, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè difetto di motivazione) il ricorrente assume che la CTR avrebbe violato tali disposizioni nel ritenere valida la notifica degli avvisi compiuta nei confronti di persona dichiaratasi incaricata.

La censura è infondata. La CTR ha ritenuto rituale la notifica degli atti effettuata "per il tramite della Sig.ra D.M.C. sulla base della sola appartenenza della stessa al gruppo familiare del contribuente, quale requisito sufficiente a renderla idonea al ricevimento degli atti... anche in sede di ritiro delle raccomandate all'Ufficio Postale. Tale pronuncia risulta conforme ai principi affermati da questa Corte (Sez. 6 - L, Ordinanza n. 21362 del 15/10/2010; Sentenza n. 23368 del 30/10/2006) secondo cui In tema di notificazioni, la consegna dell'atto da notificare "a persona di famiglia", secondo il disposto dell'art. 139 c.p.c., non postula necessariamente nè il solo rapporto di parentela - cui è da ritenersi equiparato quello di affinità - nè l'ulteriore requisito della convivenza del familiare con il destinatario dell'atto, non espressamente menzionato dalla norma, risultando, all'uopo, sufficiente l'esistenza di un vincolo di parentela o di affinità che giustifichi la presunzione che la "persona di famiglia" consegnerà l'atto al destinatario stesso; resta, in ogni caso, a carico di colui che assume di non aver ricevuto l'atto l'onere di provare il carattere del tutto occasionale della presenza del consegnatario in casa propria, senza che a tal fine rilevino le sole certificazioni anagrafìche del familiare medesimo.

Consegue da quanto sopra il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente alla rifusione, in favore dell'Amministrazione Finanziaria, delle spese del grado che si liquidano in complessivi Euro 2.500,00, oltre spese prenotate a debito.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione, in favore dell'Amministrazione Finanziaria, delle spese del grado che si liquidano in complessivi Euro 2.500,00,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 6 marzo 2012.

Depositato in Cancelleria il 11 aprile 2012

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA PENALE          
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati(omissis)                            
ha pronunciato la seguente:SENTENZA
               

RITENUTO IN FATTO

1. - Con sentenza del 17 novembre 2010, la Corte d'appello di Roma ha parzialmente confermato, riducendo la pena, la sentenza del Tribunale di Roma, con cui l'imputato era stato condannato per il reato di cui all'art. 494 c.p - così diversamente qualificato il fatto di cui all'imputazione originaria - per avere, in concorso con altro soggetto e senza il consenso dell'interessata, al fine di trame profitto o di procurare a quest'ultima un danno, utilizzato i dati anagrafici di una donna, aprendo a suo nome un account e una casella di posta elettronica e facendo, così, ricadere sull'inconsapevole intestataria le morosità nei pagamenti di beni acquistati mediante la partecipazione ad aste in rete.

2. - Avverso la sentenza l'imputato ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, chiedendone l'annullamento.

2.1. - Con un primo motivo di impugnazione, si deduce l'erronea applicazione dell'art. 494 c.p., perchè l'imputato avrebbe utilizzato i dati anagrafici della vittima solo per iscriversi al sito di aste on-line, partecipando poi alle aste con un nome di fantasia; e non vi sarebbe, in linea di principio, alcuna necessità di servirsi di una vera identità per comprare oggetti on-line, ben potendo utilizzarsi uno pseudonimo. Nè potrebbe trovare applicazione, nel caso di specie, quanto affermato dalla Corte di cassazione, sez. 5, 8 novembre 2007, n. 46674, perchè detta decisione si riferirebbe alla diversa fattispecie della creazione di un account di posta elettronica apparentemente intestato ad altra persona e della sua utilizzazione per intessere rapporti con altri utenti, traendoli in errore sulla propria identità personale. Sempre per la difesa, la circostanza che il venditore mancato sia andato alla ricerca delle generalità dell'acquirente apparente sarebbe ininfluente ai fini della configurazione del reato, non essendo il normale comportamento di un soggetto fruitore del servizio di aste on- line quello di voler conoscere le generalità dell'altro contraente nel momento in cui il pagamento dell'oggetto venduto non è stato effettuato.

2.2. - Si deducono, in secondo luogo, la nullità della sentenza in relazione all'art. 62 c.p., n. 6), nonchè il difetto di motivazione in ordine alla richiesta di concessione dell'attenuante del risarcimento del danno. La difesa lamenta, sul punto, che la Corte d'appello avrebbe negato la concessione di detta attenuante, sull'assunto che la somma versata dall'imputato in favore della parte offesa sembra coprire appena le spese sostenute dalla predetta per partecipare al procedimento di primo grado, mentre la stessa parte offesa avrebbe ammesso di non aver avuto alcun nocumento economicamente apprezzabile dall'intera vicenda, affermando di ritenersi soddisfatta in termini economici.

2.3. - In terzo luogo, si deduce la violazione della  L. n. 689 del 1981, art. 53e art. 135 c.p.. La Corte d'appello avrebbe erroneamente sostituito la pena detentiva con la corrispondente pena pecuniaria, determinata in Euro 7500,00 di multa, senza tenere conto del fatto che, all'epoca del commesso reato, era previsto un ragguaglio di Euro 38,00 al giorno, dovendosi applicare la legge più favorevole reo. Rileva, in particolare, il ricorrente che il fatto è del (OMISSIS), epoca precedente all'entrata in vigore della L. n. 94 del 2009, art. 3, comma 62, che ha modificato l'art. 135 c.p., prevedendo, per ogni giorno di pena detentiva, la sanzione sostitutiva della somma di Euro 250,00 di pena pecuniaria, in luogo dell'originaria somma di Euro 38,00.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Sentenza Corte di Cassazione Civile del 9/3/2012 n. 3756 (sez. terza civile)

Rifiuti – TIA –  IVA

 Svolgimento del processo

Ascit servizi ambientali s.p.a., gerente il servizio di smaltimento del comune di Capannori, ha proposto ricorso per cassazione, sorretto da due motivi e illustrato anche da memoria, nei confronti della sentenza della commissione tributaria regionale della Toscana n. 38/18/2010. Questa sentenza, in parziale riforma della decisione della commissione tributaria provinciale di Lucca resa su ricorso della società Europorta di Paoletti Ansano e Musetti Pietro avverso distinti avvisi di accertamento relativi alla tariffa di igiene ambientale (c.d. tia), ha dichiarato: (i) non soggetti alla quota variabile della tariffa medesima i locali ritenuti produttivi di rifiuti speciali; (ii) comunque non soggetti a iva tutti gli importi pretesi dal gestore; (iii) carente di legittimazione passiva il comune di Capannori. La contribuente non ha svolto difese.

Motivi della decisione

Site Map